Zucchero
Chi aspetta Mary Poppins? Sul lavoro di cura, il femminismo borghese e le assenze che fanno voragini.
Ho rivisto Mary Poppins, con mio nipote, e sono rimasta scioccata.
Sconvolta nel ritrovare familiare qualcosa che non ricordavo, e davanti a cui non riesco a non inorridire. Non tanto per la cosa in sì, quanto piuttosto perchè è davvero rivelatoria: Mary Poppins, infatti, comincia con una suffragetta.
La donna in questione è Mrs. Banks, che entra in casa cinguettando delle azioni intraprese da lei e dalle sue compagne. Racconta tutto alla tata — in procinto di abbandonare il lavoro — alla cuoca e all’altra persona assunta a servizio. Le donne la seguono: un po’ entusiaste, un po’ stranite, quasi esasperate. Come se la lotta delle suffragette fosse una pantomima in cui non sanno bene come mettersi. Se ci sia, in effetti, posto per loro.
E questo teatrino si consuma proprio mentre la tata annuncia il suo licenziamento. E soprattutto, quando arriva il signor Banks, che, a quanto pare, non ama la “nostra” lotta — come la definisce la signora Banks. Suffragetta, con tanto di fascia: per i diritti delle donne, per il voto, per la politica. Certo.
Mentre a casa restano altre donne a tener tutto in ordine: che sia mai che il signor Banks debba fare qualcosa da solo. Suffragetta, sì. Ma sia chiaro: non suffragista. Non una terrorista.
La signora Banks è una donna ricca, con un marito che la tratta come una bambina. Una donna che delega la cura dei figli — perché il signor Banks, che in banca non sbaglia mai niente, non sembra aver mai incontrato la voce “padre” nell’arco della sua intera vita — e che si esalta, giustamente, per la possibilità di avere un ruolo pubblico e non solo familiare-
Quasi mi fa paura vedere quanto somiglia a una certa borghesia che di recente ha scoperto le militanze e non fa che parlarne. E vantarsene. Sui social. Quasi, perché la cultura di classe pare essersi solo aggiornata. Non è cambiata, ma si è opportunamente digitalizzata.
Dopo un po’, però, arriva Mary Poppins. Magica e magnifica. A ripristinare corenze ed emozioni in una casa di spiccata anaffettività, legata più al chirurgico distacco borghese che ad altro. Ci pensa lei, la tata, la super tata, quella che alla fine ha dovuto risolvere tutto. Con una canzoncina e olio di gomito.
Sì, è un film del 1964, con tutti i limiti e gli interessi storici dell’epoca. Forse, ai tempi, quella scena era persino avanguardia. Femminista. Eppure, l’attualità di quel tipo di relazione genitoriale non è diventata obsoleta. Anzi. La femminilizzazione del comparto della cura è una delle poche certezze di questo mondo.
Alle persone femminilizzate spetta l’onere del lavoro di accudimento — che si tratti di persone piccole o grandi — passando anche per la gestione di incombenze quotidiane che, in teoria, un adulto dovrebbe svolgere in autonomia. Ma che, per qualche motivo, gli uomini non sembrano fare. Nel frattempo, però, si scatena il subappalto del lavoro di cura. Una matrioska senza fine dove una persona femminilizzata ne sostituisce un’altra.
Perché, siccome alle donne il ruolo di caregiver primarie, dall’altro, quando quel lavoro diventa retribuito e svolto in un’altra casa, il posto vacante deve essere riempito da un’altra persona socializzata donna. E poi un’altra ancora. Una lavora, l’altra lavora come care giver e l’altra subentra come care giver di chi fa la care giver.
In un circolo vizioso che termina con lo stesso pregiudizio di genere da cui tutto è iniziato.
In Maid, questa storia si vede con una chiarezza disarmante.
È quasi come sbattere contro un vetro che è sempre stato lì. Con la differenza che, nella realtà quotidiana — italiana e non — il problema si complica. Intreccia ben più strati oltre alla povertà: include donne migranti, razzializzate, straniere. Un welfare informale, strutturato sul lavoro di cura a catena.
Uno schema Ponzi al rovescio, in cui il guadagno finale finisce sempre nelle tasche di un maschile che — piuttosto che fare banalissimi atti di cura domestica — preferisce restare ad uno stadio larvale di assoluta dipendenza.
Capita infatti che le persone che, in teoria, dovrebbero occuparsi della cura della casa, finiscano per prendersi cura anche delle persone che la abitano. O viceversa. Soprattutto quando si tratta di persone piccole, che iniziano a conoscere questa presenza nello spazio della familiarità.
Succede anche che, dentro queste dinamiche, si instaurino relazioni affettive. Relazioni che vengono sfruttate, perché consentono di forzare la mano e aumentare la forza lavoro offerta: stare un’ora in più, preparare un pasto in più, passare del tempo a giocare, diventare una confidente, un’amica, un genitore presente.
Non è raro. È sistemico.
Succede nelle case di chi tratta ancora la famiglia come un oggetto capace di dare status, da gestire e bilanciare come un conto in banca. Affetto, amore e cura che, non appena la situazione non è più adeguata ai bisogni di chi ha il potere decisionale, vengono recisi.
E tante grazie.
Nel frattempo, tra assunzioni e licenziamenti, tra appalti e riappalti, tra subaffitti di cura, c’è un grande assente. Il maschile egemone. E non è un’assenza casuale.
Non che la maschilità egemone non senta le carenze della cura. Anzi. Anni fa, a Belfast, ricordo di aver seguito la protesta di alcuni padri che rivendicavano maggiori diritti genitoriali, a loro dire sottratti o attribuiti in modo iniquo alle donne. Ne parlavano come se fosse una crudeltà, una cattiveria orchestrata contro di loro da un sistema che avvantaggia le donne.
Ma all’atto pratico, la tutela genitoriale fa acqua da tutte le parti. A partire dal fatto che solo alcune persone possono essere riconosciute come genitori di altre, e solo se inserite in una relazione eterocisnormata.
Esistono persone che sono, di fatto, genitori e madri, padri e tutori — ma senza alcun riconoscimento, salvo trovare un inghippo legale o un comune compiacente.
Ma tornando agli uomini di Belfast - che avevano un piglio misogino abbastnza palese -, la verità è che l’assegnazione della tutela post separazione è cambiata inseguendo i tempi. Non tanto per rispondere a una reale libertà, ma per adattarsi a nuove esigenze.
Un tempo, la prole era proprietà maschile — e poteva essere tolta alle donne come pena accessoria se osavano chiudere la relazione coniugale. Poi è diventata una sorta di “contentino” liberale dato alle donne.
Ma rivendicare la genitorialità dovrebbe essere una libertà, non uno standard.
E non a caso, la norma continua a favorire un quadro in cui la maschilità egemone non può — o non vuole — essere un genitore affettuoso, presente, paziente.
Un adulto. Una persona capace di prendersi cura di qualcunə e di riceverne cura a sua volta.
Più volte ho sentito invocare il “diritto alla paternità” come se fosse una tortura inflitta dalle donne. Un sopruso. Una vendetta.
Eppure, quando a parlare erano maschilità non egemoni, il discorso cambiava.
Parlava onestamente di desiderio di affetto, di volontà di essere genitori per davvero. Di voler avere cura, nel senso più pieno. Ma anche in quei discorsi, la maschilità quasi mai si poneva di fronte ad altre forme di cura. Per esempio, quella delle persone anziane.
Delle persone vecchie non si vuole occupare nessunə.
Soprattutto, nessun uomo. Che non sia professionalmente chiamato a farlo, sia chiaro. E quindi la chiamata alle figlie, alle nipoti, è immediata.
Come lo è la ricerca di una figura professionale — che tecnicamente dovrebbe chiamarsi assistente familiare — ma che spesso si trova sottopagata, proveniente dall’Est Europa, con una famiglia lasciata a chilometri di distanza, affidata a un’altra parente.
Il drenaggio della cura, in un paese come il nostro, che registra medie d’età molto alte, è all’ordine del giorno. Un flusso immenso di welfare invisibile. Un lavoro che raramente è regolare, e che troppo spesso sfocia nello sfruttamento. Donne che lavorano sette giorni su sette, con pause di qualche ora.
Per stipendi bassi, senza contratto.
Occhieggiate dalle famiglie che le vedono come una minaccia per l’eredità o una competizione per l’affetto.
Attraversano le nostre case senza che ce ne rendiamo conto. E intanto, dai megafoni delle aziende e della politica da salotto, arrivano annunci sulla tutela del lavoro femminile (non delle persone femminilizzate e del loro lavoro), su quanto sia economicamente vantaggioso far lavorare bene le donne (grazie, eh. Grazie al cazzo), su quanto una donna, alla fine, possa avere gli stessi titoli di un uomo.
Bella vittoria, davvero.
Indossare la maschera dell’oppresso mentre si scarica su altre - o altr3 - il peso dell’oppressione è una sconfitta atroce. Perché se l’obiettivo della signora Banks era diventare il signor Banks, allora è logico che il mondo sia rimasto com’era.
Rincorrere il potere - nella vita lavorativa, militante, accademica, familiare - è un percorso machista. Patriarcale. Che fa delle relazioni una proprietà. E non è mai sazio. Perciò, ecco.
Inorridire davanti a Mary Poppins sarà anche ingenuo.
Ma forse è necessario. Perché se quello era il 1964 imbellettato dal cinema, il 2025, per quanto più realistico, è gretto uguale. Con una differenza demografica nelle case non entrano persone povere e magiche che si ritrovano poi ben retribuite, con tanto di cittadinanza e diritto: entrano donne ai margini. Che non abitano una povertà addolcita con un poco di zucchero, ma una compresenza di oppressioni. Oppressioni che sono indorate solo da chi le guarda da fuori, senza viverle. Persone a cui la Disney non dedicherebbe nemmeno un minuto di girato, figurarsi un Classico. Mary Poppins, però non esiste, tutt3 l3 altr3, invece sì.
La recensione che non ti aspetti: Animal* Parole Spazio
Ok, forse lo so aprire ma di sicuro non lo so richiudere. Anche se è intuitivo, parecchio. Si sente. Animal* parole spazio è un libro piegato. Quadrato. Fatto in serigrafia. Auto prodotto. Bellissimo. Lo fa la Ludo, che voi direte ma chi è, e io vi risponderei che la Ludo è la Ludo. Compagna, sorella, persona che ama con tutto il cuore la sua bicicletta. Lo ha fatto la Ludo con Lisa. E, di nuovo, Lisa chi è? Lisa è un'architetta antispecista fighissima che si muove in bici e costruisce mensole nel tempo libero.
Bene, in Animal* parole spazio trovate, tra pieghe, interstizi e una grafica da paura, angoli ed intersezioni antispeciste e transfemministe. Seguendo linee e percorsi di parole, si aprono immagini e segmenti che davvero, sembrano perfetti esattamente dove sono stati serigrafati. In due colori eh.
Animal* parole spazio in realtà ha pure un secondo volumetto, ma io sono sfigata e non l’ho ancora reperito, anche se intendo rimediare.
Nel formato editoriale più indipendente che ci sia, Animal* parole spazio, di Lisa e Ludo, costa 10 euro - e li vale, confesso -, di Litchis edizioni e lo trovate ai banchetti di Litchis edizioni, ma anche da Golem a Torino e da Antigone a Roma.
Buccia è gratuita e senza pubblicità. Se vuoi contribuire alla sua continuazione puoi supportare il nostro lavoro con una donazione sporadica o una fissa tramite ko-fi.
Oppure passare all’abbonamento a pagamento qui su Substack.
Grazie in ogni caso, il tuo tempo per noi è davvero prezioso.






