Topi
Dei topi si dice tutto e niente, più spesso che mai, di loro, sfugge l'essenziale. I topi non hanno colpe e non hanno padroni.
Cumuli
Molise-Calvairate, giugno. Fa caldo, Milano è una fornace, con le correnti del vento interrotte dalla proliferazione edilizia e le temperature che non perdonano. Che salgono, salgono, salgono. E non intendono frenarsi. Sale il calore e i problemi aumentano, esondano. Di pochi giorni fa un articolo apparso su “Of Public Interest” racconta l’ultimo effetto dello stato delle cose: l’abbandono dell’edilizia popolare.
A Milano, infatti, oltre al calore, salgono i prezzi delle case. Tra affitti brevi e investimenti, i prezzi al metro quadro fanno venire il capogiro, mentre il mercato impenna, crolla la pressione arteriosa della città i cui abitanti arrancano, si muovono a singhiozzi cercando case. Case che ci sarebbero, ma che non si ottengono. Case che, quando ci sono, presentano non pochi problemi. Ed è così che arriviamo a Calvairate, con l’ennesima promessa lasciata sotto al sole, quella della casa come spazio sicuro.
L’incuria in cui vertono le case dell’ALER a Molise-Calvairate oggi si misura nelle montagne di pattume accumulato. Che resta lì. Macera. Fa ecosistema. E attira chi degli scarti della città ha fatto nicchia ecologica, non per vocazione, ma necessità.
Nuovi inquilini: topi.
Si muovono sicuri tra la spazzatura accumulata, i cassonetti e le tane. Corrono sui muretti, passano tra i piedi. Basta stare fermi qualche minuto per diventare parte del loro tracciato. Scappano, si celano. Per poi riprendere le loro attività.
Le aiuole degli alberi vicino ai ricoveri della spazzatura sono piene di tane. Fanno capolino i cuccioli e gli adulti, saltano dentro e fuori. L’innocenza di chi ha fatto una casa ma non è benvenuto.
Un bambino che abita in uno dei condomini interessati dall’accumulo di spazzatura è stato seguito da un topo. Il padre mi dice che non sa se stesse giocando o se l’avesse percepito come una minaccia, ammette il dubbio, ma rimane preoccupato. Prima ancora il bambino era inciampato in una delle tane, correndo in cortile. Subito dopo assi di varie misure sono state posizionate e bloccate al suolo, per evitare che potesse ricapitare. Le mani a terra, il contatto con l’animale, le urine e le feci a portata di pelle. La paura, insomma.
I topi, dopotutto, sono associati alla paura o alla malattia. Si muovono veloci, si riproducono a ritmi a noi estranei e vivono là dove ci pare impossibile.
Eppure, checchè se ne pensi, sono animali più che urbani, sono sinantropi: a causa dell’insistenza della nostra presenza si sono adattati alle costruzioni umane e ora, ci abitano. Animali prossimi, inaddomesticabili, che trasformano le nostre esternalizzazioni peggiori in risorse.
Normalmente non ci facciamo caso, non più di tanto. Ma quando iniziano ad essere tanti, sì. E ci impressioniamo. Il problema non sono i topi, ma l’abbandono strutturale a cui sono stati condannati i rifiuti dei condomini in questione.
I topi non hanno colpe. Anzi, sono probabilmente le prime e ultime vittime di una piramide di distruzione e propagazione urbana che oggi, nella Milano del metro quadro d’oro, passa sotto il nome di gentrificazione.
Mentre mi guida tra i cumuli di spazzatura di ogni singolo comprensorio, una delle abitanti dei condomini, X, confida che ha sentito un rappresentante dell’ALER riservare loro la definizione di “animali” per giustificare lo stato delle cose. Tramutati in piccoli mostri, gli inquilini e lo richieste rimangono inascoltati.
Il primo luglio, una delegazione di abitanti si è recata alla sede ed è stata ricevuta, riporta chi c’era, con disprezzo. La colpa dell’accumulo sarebbe di chi abita, considerato “maleducato” e prono a gettare spazzatura senza criterio. Insomma, la colpa, viene data a chi abita questi palazzoni enormi, carichi di famiglie, di storie e di vite, in cui spesso non è garantito nemmeno un cancello di ingresso funzionante.
Mentre le istituzioni fanno scarica barile — tra ALER, Comune, lavori in corso, e servizio di gestione dei rifiuti — gli abitanti vengono demonizzati, trasformati in persone inadeguate, come se la spazzatura fosse una colpa atavica. Una scelta.
E i topi, un po’ una punizione.
La responsabilità dell’incuria dall’alto, scaricata nel corpo di un roditore.
Perché, parafrasando Nicolas Framont, autore di “San Luigi, diventare Luigi Mangione” (Nero edizioni, 2026), l’incuria sociale è una scelta politica. Così come quella di far scatenare gli ultimi contro sé stessi, di innestare un cannibalismo urbano per cui la città si auto infligge una guerra senza sconti, mentre i suoi amministratori osservano il loro potere crescere.
Gli animali non umani vengono spesso usati come indicatori di margine. Gli “indesiderabili” sono coloro attraverso cui leggere e scaricare tensioni urbane. Scarafaggi, topi, zecche. L’animale inurbato quando diventa visibile viene usato come leva per spingere verso margini ancora più estremi interi gruppi di persone.
Infatti, i nemici pubblici sono proprio loro, i ratti. Non considerati se non come problema. Al topo non pensi finché non lo trovi lì, che scava e ti indica quanto il deserto alimentare che gli hai costruito intorno sia esteso, mente punta il muso verso l’incuria e l’accumulo di cui, alla fine, si può nutrire.
La città si intasa, i cantieri aumentano. I topi corrono e gli abitanti protestano o ingaggiano battaglie contro il mondo non umano. Una guerra tra ultimi, a suon di progetti di avvelenamento e sterminio dei gruppi familiari di roditori.
Il termine tecnico è derattizzazione, una forma di disinfestazione che nella maggior parte dei casi, prevede il posizionamento di trappole a scatto o cattura viva, esche rodenticide e chiusura delle tane.
Le trappole a veleno uccidono con tempi lunghi e non è un effetto casuale, ma un escamotage ideato per evitare che la presenza di un conspecifico deceduto vicino alla trappola indichi agli altri il pericolo. L’animale perciò soffre e si allontana. Oltre a morire, il rischio che avveleni gli scarsi predatori rimasti è alto. Nelle trappole stesse muoiono anche altri animali, come i rospi. Insomma, la disinfestazione colpisce più specie, comprese alcune domestiche, come i gatti che rischiano di ingerire un topo tormentato dal veleno.
Per questo motivo nel tempo sono stati ideati servizi che prevedono l’allontanamento dei roditori con metodi definiti “ecologici”o “biologici”. Di fatto, però, si tratta di interventi con trappole che preservano umani e altri animali, ma che si concludono comunque con la morte di chi viene catturato, bloccandolo dentro la trappola stessa. Evitando, perciò, che possa informare il gruppo.
I topi imparano. Sono animali molto intelligenti, interessati a vivere, la presenza dell’essere umano sembra essere poco rilevante per loro: siamo interessanti in quanto produttori di ciò che per loro può essere cibo o riparo. Ma non solo, stando alle ricerche, se vedono un membro della famiglia intrappolato, cercano di liberarlo.
La vita sociale dei ratti è più ricca di quanto si immagini. A partire proprio dal dolore, le madri, infatti, mostrano chiari segni di lutto quando un cucciolo muore (o viene ucciso). Un ratto prigioniero che perde il suo compagno di gabbia soffre al punto da lasciarsi morire.
Addirittura, uno studio sull’incidenza di tumori nelle femmine separate dai gruppi di appartenenza viene descritto come un indicatore del fatto “la vita sociale entra sotto la pelle” da una delle persone autrici. Sotto la pelle, sotto la pelliccia, nella vita di chi non è considerato degno di viverla.
E anzi, che può essere considerato un oggetto da laboratorio.
I Rat Park, una serie di studi condotta negli anni 70 sulla dipendenza da sostanze mostrava come l’isolamento e le condizioni di vita fossero trigger significativi nel consumo di sostanze. Nel 2013, l’idea è stata ripresa, mostrando come i ratti isolati durante l’adolescenza sviluppassero una maggiore dipendenza da sostanze come anfetamina e alcol.
La ricerca sta addirittura osservando che i ratti mostrano un comportamento affine alla risata. Quella che di solito consideriamo essere una prerogativa tutta umana.
Sono animali di gruppo, che fondano ambienti popolati da più famiglie, che si insediano quando trovano condizioni favorevoli. Suona familiare, a dir poco.
Il risultato laterale di questi test è la prova provata della loro socialità. Un fatto messo da parte, segnato nel taccuino della ricerca ma lasciato lì, forse ad evitare che porti a domande scomode. Anche perché la loro esperienza relazionale non riguarda solo la sofferenza, ma anche la gioia che provano e condividono con gli altri.
I ratti, a quanto pare, sono interessanti per la specie umana in due casi: quando sono liberi e visibili e quando sono prigionieri e utilizzabili. Sono innestati alla malattia: da un lato come vettori sporcati dalla narrazione antropocentrica, dall’altro iperigienizzati come soluzione, controllati dall’intervento genetico, manipolati e incastrati in questo spazio che non presenta vie d’uscita.
La loro capacità di abitare ciò che per noi è inabitabile e la facilità con cui si dispone della loro vita e della loro morte sono fattori che concorrono a spiegare la repulsione che in molti provano nei loro confronti. Una combinazione che li rende i perfetti colpevoli di faccende che, in realtà, cominciano e finiscono per mano umana.
Lo stigma di creatura pericolosa risale storicamente ad una scelta narrativa precisa: dare al topo la colpa della propagazione epidemica, la responsabilità sanitaria. Quella che, in verità, stando ai resconti, è da rintracciare nelle modalità coloniali e di espansione commerciale agite dall’umanità. Virus e batteri cercano incubatori, vero, ma la loro distribuzione è subordinata all’azione antropica. Anche oggi, con l’accelerazione del controllo della disposizione geografica dei corpi, l’esacerbazione dell’idea di confine come frattura invalicabile viene smontata proprio dalle soggettività non umane, punite con lo stigma, la colpa e, infine, la morte.
Infatti, sebbene sembri stare poco a fuoco in questa storia, il punto della questione é l’assenza di una gestione adeguata dei rifiuti, più in generale dei servizi necessari a garantire una vita tutelata. Se non si attiva un servizio di gestione efficace e di lungo periodo, che tenga conto delle necessità reali dell’abitato, la spazzatura continuerà a tornare. A crescere. A rilasciare esalazioni.
E inevitabilmente, questo attirerà chi di quel cumulo fa tana, i sinantropi adattatisi agli scarti della vita umana.
La loro uccisione è l’ultimo atto di una tensione che rovescia sul corpo degli animali una responsabilità che non hanno, convogliando contro di essi la rabbia di chi viene lasciato circondato da spazzatura, nell’odore di decomposizione, costrett* a gettare l’immondizia con la mascherina per il terrore che tutto quello che si dice sui topi sia vero.
Che la peste sia in agguato. Che il topo morda. Che entri in casa.
Eppure, non fosse per l’esasperazione ambientale generata dalla città, la nostra convivenza con i topi sarebbe molto più ordinaria. Sono cittadini invisibili, manifesti se e quando trovano casa vicino a noi: non hanno colpe e non hanno padroni, anche se la narrazione umana vuole invertire queste realtà.
Ciò a cui dovremmo prestare urgente attenzione è l’abbandono strutturale, la linea di incuria che stabilisce chi ha diritto a vivere in una condizione igienica adeguata e chi no. Tutti artifici umani, in cui i topi si infilano, per vivere, non per arrecare danno.
Nel frattempo, i portafogli di pochi si ingrandiscono e le possibilità dei molti si sgonfiano, come un palloncino sotto il sole-fornace di Milano.
I topi della peste
L’invenzione del nemico pubblico
di Saverio Nichetti
Nel 1346, come ci racconta Gabriele de’ Mussi ne l’Istoria de Morbo sive Mortalitate quae fuit Anno Dni MCCCXLVIII , l’esercito del Khanato dell’Orda d’Oro poneva sotto assedio la città di Caffa, una colonia sotto il controllo di Genova. Gli assedianti avrebbero lanciato cadaveri infetti dalla peste nera all’interno delle mura nel tentativo di contagiare gli abitanti. Questo, oltre ad essere uno dei primi casi documentati di guerra biologica questo è anche una delle prime documentazioni del contagio della grande Peste nera che si diffuse in Europa nel ‘300.
Benché il resoconto potrebbe avere alcuni elementi esagerati o indiretti - probabilmente de’ Mussi non era presente di persona e ha solo riportato dei racconti dell’avvenimento -, questa narrazione ci fornisce una serie di elementi per capire come la diffusione della peste in Europa fosse legata a un ecosistema complesso, di cui i topi facevano parte, ma non erano protagonisti assoluti.
Per lungo tempo la storiografia e l’immaginario collettivo hanno attribuito ai ratti un ruolo quasi esclusivo nella diffusione della peste e, in generale, della malattia. Le ricerche epidemiologiche più recenti hanno però mostrato un quadro più complesso, nel quale entrano in gioco anche le pulci, i pidocchi umani, le condizioni igieniche e le reti commerciali che collegavano continenti e città.
Infatti, quando la situazione a Caffa precipitò i mercanti Genovesi lasciarono la città spostandosi sulle rotte commerciali del mediterraneo. Con loro la peste raggiunse - fra il 1346 e il 1347 - diversi porti tra cui quello di Messina, dal quale l’epidemia si propagò in tutta Europa.
L’odio per i topi non è nato con l’epidemia di peste nera del ‘300, da sempre, infatti è stata attribuita loro una connotazione negativa, proprio perché vivono e attraversano spazi umani e consumano il cibo conservato nei granai o nelle case.
I topi oltre a non essere gli unici animali urbani non sono nemmeno gli unici ad avere determinati comportamenti. Nelle città, in effetti, si possono trovare diverse specie con comportamenti e caratteristiche simili a quelle dei topi, come gli scoiattoli. Roditori tanto quanto i topi, dal punto di vista zoologico uno scoiattolo è molto più vicino a un ratto di quanto la maggior parte delle persone immagini. Eppure uno viene fotografato nei parchi cittadini e trasformato in mascotte, mentre l’altro è associato a sporcizia, malattia e degrado. Due pesi e due misure, riassunte in una coda glabra e una vaporosa.
Ma pensiamo anche ai gabbiani o ai piccioni, i primi aprono sacchi della spazzatura, possono occupare intere zone e diventare aggressivi, mentre i secondi vivono nelle città in grande numero e anche loro trasformano gli ambienti umani in nicchia ecologica. I primi sono considerati più o meno accettabili, i secondi per niente.
La differenza di trattamento fra questi animali potrebbe derivare da quello che i topi evocano in chi li incontra. Jamie Lorimer nel suo saggio “Nonhuman Charisma”, parla di carisma animale riprendendo il concetto sociologico elaborato da Max Weber di “carisma” per gli esseri umani e declinandolo per il mondo degli animali non umani. Attraverso questo saggio Lorimer prova a spiegare perché alcune specie risultino particolarmente attraenti per gli esseri umani mentre altre vengano ignorate o respinte. Nel suo saggio Lorimer divide il carisma animale in tre categorie distinte: Carisma estetico, Carisma ecologico e Carisma corporeo.
Il primo è leggibile nell’aspetto visivo e nel comportamento dell’animale. L’uomo tende a preferire specie che rispettano le “norme antropocentriche” come i mammiferi con occhi grandi e comportamenti giocosi o espressioni simili a quelle umane, come panda, koala o primati.
Il Carisma ecologico è legato alle caratteristiche biologiche e alla “visibilità” della specie nel suo habitat. Un animale grande, diurno e facilmente tracciabile, come un elefante o una giraffa, esercita un fascino superiore rispetto a organismi notturni o sotterranei come i topi. Infine il Carisma Corporeo riguarda le emozioni pure, l’affetto e le sensazioni viscerali che scaturiscono da un incontro ravvicinato o multisensoriale tra l’uomo e l’animale.
Sebbene Lorimer sia stato il primo a strutturarlo in una vera e propria teoria accademica relazionale, il termine “megafauna carismatica” era già utilizzato in modo informale dagli ambientalisti fin dagli anni ‘80 per indicare le specie simbolo, o specie bandiera, ideali per raccogliere fondi. Non a caso il logo di uno dei gruppi animalisti più famoso al mondo rappresenta un panda e non un ratto.
Nel campo dell’etologia pura, lo studio del comportamento, scienziati storici come Konrad Lorenz, avevano invece teorizzato il concetto di “Kindchenschema”, schema del neonato (o baby schema), ovvero la reazione biologica innata che porta gli esseri umani a provare tenerezza e istinto di protezione per gli animali che presentano tratti tipici dei cuccioli.
In questo quadro teorico, i topi vengono collocati come antitesi di tutto quello che potrebbe rientrare in queste categorie di animali “piacevoli” per l’uomo.
Come li immagineremmo, però, percependoli senza un quadro narrativo negativo? Non li troveremmo carini tanto quanto altri animali? Hanno orecchie tonde, occhi luminosi, sono mammiferi e li possiamo incontrare anche in orari diurni.
La costruzione del disgusto verso i topi non si esaurisce nel piano percettivo. La loro figura non è stata solo esclusa dall’empatia umana, ma è stata anche utilizzata storicamente come dispositivo simbolico per rappresentare l’alterità sociale e politica.
Il topo non è soltanto un animale associato alla sporcizia, è diventato una figura attraverso cui diverse società hanno rappresentato ciò che percepivano come minaccia interna, esterna o contaminante. L’associazione tra gruppi umani e figure animali non è un’eccezione storica, ma un meccanismo ricorrente nei processi di costruzione del nemico. In diversi contesti, dalla propaganda coloniale ai linguaggi contemporanei della sicurezza, la metafora dell’infestazione ha funzionato come strumento per trasformare differenze sociali e politiche in problemi biologici da rimuovere.
Uno degli esempi più noti di questo meccanismo si trova nella propaganda nazista, in cui la figura del topo veniva utilizzata per deumanizzare la popolazione ebraica, associandola a immagini di infestazione e diffusione. In questo modo la differenza sociale e culturale veniva trasformata in una forma di minaccia biologica, rendendo pensabile l’esclusione e la persecuzione sistematica.
In modo più ampio, tra XIX e XX secolo, la propaganda coloniale europea ha spesso fatto ricorso a un linguaggio simile, descrivendo le popolazioni colonizzate attraverso metafore di contaminazione, disordine o proliferazione incontrollata. Anche quando il riferimento al topo non era esplicito, la logica sottostante rimaneva la stessa, ovvero trasformare gruppi umani in fenomeni animali da contenere, bonificare o estirpare.
In tutti questi casi, la metafora animale non descrive soltanto l’altro, ma costruisce un dispositivo di semplificazione radicale, ciò che è sociale diventa biologico, ciò che è politico diventa naturale, ciò che è umano diventa infestante.
I topi incarnano anche un altro livello di stigma profondamente radicato nelle società umane: quello legato alla povertà. La loro presenza non viene mai percepita come neutra, ma come segnale visibile di uno spazio degradato, marginale, socialmente abbandonato.
Per secoli, nell’immaginario urbano europeo, il topo è stato associato a quartieri sovraffollati, abitazioni precarie, accumulo di rifiuti e carenze nei servizi pubblici.
Non è tanto l’animale in sé a definire questi luoghi, quanto il fatto che venga usato per leggerli. Il topo diventa una forma di traduzione immediata del degrado sociale in chiave naturale.
Per questo motivo, difficilmente lo immaginiamo nei quartieri ricchi, anche quando è presente. La sua figura si lega quasi automaticamente a spazi percepiti come marginali, trasformandosi in una sorta di indicatore informale delle disuguaglianze urbane: non le causa, ma le rende visibili.
Nel XIX secolo, durante l’industrializzazione europea, i ratti divennero uno dei simboli delle grandi città operaie. Nei racconti, nelle inchieste sociali e nella letteratura, comparivano spesso accanto a fogne, fabbriche, case malsane e miseria urbana. Non rappresentavano solo un rischio sanitario: rappresentavano una realtà sociale che le classi dirigenti preferivano spesso non vedere.
Spesso infatti nelle campagne contro questi animali vengono rappresentati come causa del problema quando in realtà la loro presenza è spesso una conseguenza di condizioni preesistenti. Se un quartiere soffre di abbandono, raccolta dei rifiuti insufficiente, edifici fatiscenti o scarsa manutenzione, i topi trovano un ambiente favorevole. Preoccuparsi dei topi senza affrontare queste cause significa intervenire sul sintomo più che sul problema. A spese di altri, ovviamente.
Il disgusto che si insegna a provare per i topi, e più in generale per tutte le specie marginalizzate e considerate infestanti negli spazi urbani, non riguarda soltanto gli animali non umani.
Ma forse è più una paura. Il terrore della realtà dei rapporti di causa ed effetto. Il ratto ci ricorda che gli scarti e il pattume che produciamo in quantità esorbitanti ogni giorno non scompaiono nel nulla, ma restano iscritti nelle forme della città. Allo stesso modo, ci ricorda che le nostre società producono esclusione, e che la povertà dei margini continua a esistere accanto alla ricchezza dei centri.
Il topo non è quindi semplicemente un abitante indesiderato delle città: è il riflesso di ciò che una società preferirebbe non vedere, il corpo a margine per eccellenza. Resistente, rosicchiante e vivo.
La recensione che non ti aspetti
Oggi parliamo di vignette, per porre i ratti al centro della questione, ma non come colpevoli, mostri e orrori, bensì come soggetti, animali che dobbiamo imparare ad osservare senza rimanere bloccati nella lente specista. I ratti hanno una vita, se la farebbero pure in tranquillità se non ci fossimo noi. E la domanda, che forse riassume tutto è perché non vogliamo riconoscere nulla di positivo ai ratti?
Il vignettista Patrick McDonnel riserva loro strisce e storie, colmando il vuoto con la china. Vegano dal 2012, è intervenuto su tutte le sue vignette passate per far sì che i suoi personaggi mangiassero solo cibo vegano e ha convertito anche la macelleria in una che non vendesse corpi e parti di soggettività non umane.
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