Spore
Ci dicono che non esiste. Che non c’è più.
Che sbagliamo.
Ci dicono che non è vero.
Ci chiedono “intendi fascismo storico?”.
Ci spiegano. Ci parlano. Ci urlano. Ci zittiscono. Ci inondano di supercazzole per dire che il fascismo è morto mentre lo nutrono. Una macchina di carne, che me la vedo con questi tubi organici di piccoli fascisti più o meno consapevoli che gli mandano sangue, zuccheri, lipidi. Cordoni ombelicali putrescenti che hanno tenuto legata la società, covando nuovi simbionti. Che stanno lì, sul tavolo di casa tua a mettere in discussione quella volta che hai visto i fasci - autodichiarati e pure fieri - scendere in piazza a Lione con i coltelli da cucina. Che inquisiscono “ma in che senso fasci? Perché dici fasci?”. Scettici, sempre scettici i fascisti. Sarà che vivono nel terrore di essere scoperti troppo presto. Prima di. E cosa viene dopo la preposizione, beh, in parte si sta avverando in parte speriamo di non vederlo, ma non serve la preveggenza per capirlo. Basta annusare l’aria fuori. Che puzza di merda, fasci orgogliosi e Axe.
Che hanno quel sentore un po’ cannibale un po’ amaro della storia che vuole riavvolgere il nastro sulle vite di altri. E di nuovo, al tavolo, quando ricordi come le forze dell’ordine in antisommossa - la gendarmerie - si sono ritirate dopo aver disperso - do re mi fa sol lacrimò - una folla antifascista che celebrava il blocco del Rassemblement National. Inseguite per la città, colpite, irrorate di lacrime, con le gole in fiamme che sembra di avere un tubetto di peperoncino rosso sparso tra occhi naso e lingua.
Di come si muovevano, i gendarmi, passando dalla piazzetta in cui erano state segnalate persone fasciste, armate e aggressive - nel corso della notte avrebbero fermato chiunque sembrasse di sinistra -, senza cercarle. Di come sono risaliti ordinatamente, un rigurgito al contrario, sulle camionette blu, con metodo. Uno poi uno poi uno poi uno. Mentre i fasci erano ancora a zonzo, con i coltelli in mano. Che mentre lo ricordi pensi che con quella lama potevano trapassarti il fegato. Un polmone. Aprirti la femorale. La gola. Che di certo ti hanno aperto la paura. E sempre al tavolo, questo tizio, che ti incalza “ma sei sicura?”. “No, perché il fascismo non esiste più”. E ti aspetti che dica che è pure un peccato. Che ammetta il rimpianto. Ma no, non è il momento.
Non esiste più. Vallo a dire a Gino Abazaj. Vallo a dire a chi finisce in carcere e rischia di starci per anni e non nelle carceri di merda italiane o francesi, ma in quelle merdose dell’Ungheria. Vallo a dire a chi è davvero antifascista. Vieni, vieni, vieni qui, caro fascio camuffato. Che poi fai le denunce per diffamazione o se aggredisci e ti graffi vai dalle guardie, ti acchiappi una prognosi e una persona antifascista rischia anni su anni di carcere. Duro. Brutale. Solo.
Ma no, ai fasci non piace che si sappia. Anzi, ci tengono a dire, in questi casi: “ma no quelli sono neonazi, è una cosa diversa”.
Ah sì? E finisce che glielo devi per forza spiegare il legame. Gli devi fare un disegnino su cosa voglia dire fascismo, che è termine specifico ma pure ombrello. Bisogna pure ricordargli che è inutile che si nascondano dietro i neonazisti, che fingano di essere altro, qualcosa di diverso e migliore.
E che la resistenza sempre antifascista è. E ci tocca. Con i rischi, la fatica e le botte che appena appena rimani sola, all’angolo, separata, può essere la fine.
Ma no, ai fascisti tutto questo non interessa.
Perché fa rumore e a loro piace arrivare quatti quatti - come il fetore di merda che si portano appresso - per poi darsi alle grandi fanfare quando ormai il gioco è fatto.
Anzi, visto che ai fasci piace tanto il latino, piacciono i cesari, IL Cesare, sarebbe meglio dire: quando il dado è tratto.
Quando ha già rotolato e si è fermato e gli basta occupare le sedie vuote perché non hanno più bisogno di alzare la voce, ma solo di musicarla. Quando il danno è impresso.
Perciò, prima, si devono premurare di ottenere quel lasciapassare. Mettono ovatta ovunque, che la spingono a forza nelle orecchie, nel naso, nella gola. Sui giornali, nelle televisioni, in radio, nel cellulare. In tasca. Per non percepire, per non sentire il colpo che arriva.
E da bravi, tutti i piccoli fascisti, partecipano al gioco. Le battute su come si stava bene se le fanno tra loro, ridendo: sia mai che qualcuno senta e allora è subito uno scherzo - ahahahcheridereoh. I saluti romani salgono a fendere l’aria solo quando hanno la certezza di non essere visti o quando hanno un dominio tale della piazza da potersi permettere la pubblica levata.
Sono gli stessi che, quando escono le inchieste sull’ethos fascista di alcuni partiti, uno in particolare in verità, mettono preventivamente i profili social privati. Per qualche mese, in attesa che il rischio di essere pubblicamente chiamati in causa sciami. L’ho visto succedere con una mia specie di cugina. Non so bene il grado di parentela e, confesso, spero sia inventato da qualche familiare un po’ confuso, ma il fatto rimane. C’è questa specie di parente che a quanto pare milita nelle frange giovanili di FDI. Ed è una fascia. Una di quelle che “lo sport tiene i giovani in politica e lontani dalla droga”. Una tizia che è più piccola di me, per età, che davvero crede a ‘ste cazzate e, peggio, milita. Soldatessa ancillare di un mega partito che rispolvera la morale balilla e la mette sui palchi per reclutare. Ingrossare le fila e attaccare altri cordoni. Pulsanti e nuovi. Che l’organismo si rigenera. Ebbene, questa forse cugina poco prima che Fanpage pubblicasse la sua inchiesta, di cui tutti ora sono dimentichi, ha modificato l’accessibilità pubblica al suo profilo Instagram. Per poi riaprirla ad acque calme. E riprendere da dove aveva lasciato. Come gli altri. Manco andassero in ibernazione.
Il fascismo ha questa capacità, fa le spore. Quando il terreno o l’atmosfera non hanno tutte le condizioni necessarie per attecchire muta forma e si mette in stasi. Per poi riprendere i processi biologici quando possibile. Ed infatti.
Tornano alle tavole, nelle scuole, dietro le cattedre, sui palchi, nelle redazioni, nei supermercati, nei bagni, nelle piscine, al mare, dall’altro capo di un panettone, nel pollice dietro un like, a comprare la frutta, sui divani, a schermire Temptation Island, ad apprezzarlo, a commentare Squid Game 2 o a ordinare la pizza.
Ovunque. Consapevoli, alcuni, di essere chi sono, ma sempre ben protetti dalla vaghezza di nomi e di intenti. Ne fanno una scienza adamantina, che chiede una prova conforme ad uno standard imposto da loro stessi. Un riferimento che, sorpresa, non calza alla perfezione chi sono, permettendo loro di sgusciare via. Sfilarsi nel barbatrucco. Lasciare il guanto vuoto e fare la muta da un’altra parte.
Poi, se li inchiodi sul neofascismo o sul fatto che beh, i movimenti politici si adattano alle misure e misture del tempo, negano uguale. Dicono che non puoi parlare di fascismo. Che sbagli. Che, nel mio caso per dirne una, anche se sei una scienziata politica mica lo sai cosa è fascio o cosa no. Loro sì, con la laurea in economia pagata senza sforzo e con il prestigio, con i titoli rubacchiati, con i favori del nascere borghese, con l’arroganza di non voler spiegare nulla ma chiedere conto. E nel mentre sparpagliare la dottrina, arrivare alle classi che sfruttano per sfruttarle meglio e ancor di più.
Hanno denti invisibili, questi fascisti. Mordono e non vogliono che si sappia. E sono infettivi. Si propagano, creando fascisti inconsapevoli che lo sono perché qualche fascista, che però non si schiera tale, gli promette “tante belle cose” (la vita, il lavoro, una carriera, la famiglia tradizionale, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice-asciugatrice smart, la macchina, l’estrattore e il frigorifero a due ante proprio come quelli americani. La casa, i figli, la carne. Sanremo per la famiglia, la televisione che essuda bianchezza, il calcio. Più figli. Dai, ancora uno1) lasciando morire qualcun altro. E così loro si fidano e affidano, rievocando un’eredità xenofoba e oppressiva che propaga il fascismo manco fosse fertilizzante. Attingendo ad una socializzazione autoritaria che in questo paese è rimasta forte quanto invisibile. Perché c’è, ma mica la puoi indicare.
Nel senso che non devi. Guai, quella è tradizione.
Una sfilata scomposta di Ulisse in foggia contemporanea e littoria. Che ficcano pali negli occhi della gente e poi però è stato Nessuno. E se nessuno è fascista allora il fascismo non esiste.
Anche se ricordano Ramelli e fanno il saluto.
Anche se vanno ad Acca Larentia e chiamano “camerati”.
Anche se vanno in pellegrinaggio a Predappio sulla tomba di Mussolini.
Anche se mettono in prima pagina il mento di Mussolini.
Anche se lo chiamano Duce.
Anche se “e le foibe?”.
Anche se “quando c’era lui”.
Anche se la pensione, l’Agro Pontino e il bivacco di manipoli.
Anche se parlano allo stesso modo.
Anche se rivolgono alla folla gli stessi gesti, lo sguardo uguale.
Anche se ne si fanno fotocopie di carne, vestite con abiti adatti al secolo.
Sono fascisti. Ed esistono.
Ancora. Perché il fascismo è parassitario.
Intossica chi è inconsapevole e diventa organismo ospite finché utile. Sfibrato e consumato, usato per colpirne altri. Fatto serbatoio un po’ alla volta, con il ricatto economico. Scavato e corroso da dentro. Trasfigurato, gli occhi strabuzzati e la bocca che sbraita contro gli altri, gli invasori e le zecche e tutto, sempre, nel timor di Dio.
Che ad esser fascisti ci vuol poco, a diventarlo ancora meno, anche senza capirlo e senza saperlo. Eppure, mentre tutti i fasci consapevoli dicono che il fascismo non c’è e che le sinistre rincorrono fantasmi, il mondo vira verso neoautoritarismi di estrema destra. E grazie al cazzo che sono diversi, seguono i ritmi del tempo, si adattano. Fanno come i liquidi, riempiono il contenitore e poi strabordano coprendo tutto, ma una fogna che straripa non concima certo i fiori.
Affoga chi non è diventato parte di quella melma. Rinchiuso in attesa di sapere quanto gli costerà l’aver scelto di non essere parte dell’ondata fascista del XXI secolo. Quanti anni ti mangeranno per aver deciso di fare l’esatto opposto.
Di essere resistente e avamposto di resistenza. Di diventare corpo che dá la possibilità a questo mondo di non collassare di nuovo nella presa mortifera del fascismo, in ogni sua forma.
Di assumerne la fatica di mostrare e indicare e urlare le tracce concrete di questo fascismo inesistente, che colpisce duro durissimo e non vuole ancora dire il suo nome.
Perché il fascismo arriva così.
Costruendo compiacenza sociale, inventando un nemico mostruoso e genitore di tutti i mali, costruendo alleanze con chi è troppo in comodo per lottare e schiacciando chi, invece, lo farebbe, senza pensarci due volte.
Che, però, lo fa. Lo stesso. Ogni giorno. Anche prima della schiusa delle spore.
Free all antifas. Libertà per Gino.
Per sostenere Gino, potete donare qui oppure qui:
c/c bancario presso Credit Agricole intestato a Brigate Volontarie per l’Emergenza OdV IBAN IT20Z0623001616000015293082 BIC/SWIFT CRPPIT2PXXX
specificando sempre nella causale “free Gino”.
Buccia è gratuita e senza pubblicità. Se vuoi contribuire alla sua continuazione puoi supportare il nostro lavoro con una donazione sporadica o una fissa tramite ko-fi.
Oppure passare all’abbonamento a pagamento qui su Substack.
Grazie in ogni caso, il tuo tempo per noi è davvero prezioso.
Riadattamento del monologo di Renton in Trainspotting.




