Segno
Il neofascismo ha due volti: uno che si nasconde dietro parole più o meno offuscate, l'altro che si mostra senza coperture, tra gesti e simboli pericolosi.
Il furto del conflitto
di Saverio Nichetti
Il linguaggio non è neutro. Non lo è mai stato. Ma c’è una differenza tra usare parole per descrivere il mondo e usarle per renderlo più accettabile. Nelle società contemporanee, alcune parole non vengono semplicemente scelte: vengono costruite, adattate, ripulite. Parole che un tempo avrebbero evocato conflitto, violenza o ingiustizia vengono progressivamente sostituite da espressioni più neutre, tecniche, quasi innocue. Non è solo una questione di stile ma è una trasformazione vera e propria. È qui che il linguaggio smette di essere uno strumento di descrizione e diventa uno spazio di gestione del consenso. Una dinamica che autori come Theodor W. Adorno e Herbert Marcuse avevano già anticipato, quando le parole perdono la capacità di esprimere contraddizione allora anche il conflitto diventa più difficile da articolare.
Non scompare. Ma cambia forma e, spesso, perde la sua forza.
Negli ultimi cinquant’anni, il discorso sul lavoro si è progressivamente spostato da un lessico conflittuale a uno più neutro e accettabile, in cui termini come “sfruttamento” o “precarietà” sono stati affiancati — e spesso sostituiti — da parole come “flessibilità” e “mobilità”.
Ma non è solo nell’ambito lavorativo che possiamo notare questo cambiamento: le “guerre” diventano “missioni di pace”, le “morti civili” diventano “danni collaterali” e, ancora, i “dipendenti” si trasformano in “collaboratori”, l’”azienda” nella nostra “famiglia”, ma poi quando questa famiglia ci lascia a casa la nostra “povertà” viene indicata come “fragilità” e il discorso della “classe” scompare da qualsiasi articolo di giornale mainstream.
Non è solo un cambiamento stilistico. È un modo diverso di nominare il reale, in cui il conflitto viene progressivamente attenuato, reso meno visibile, a volte perfino indicibile.
Ed è proprio in questo scenario che si inserisce anche il termine “remigrazione”.
Dopo esserci abituati a non parlare più di sfruttamento e lotta di classe e mentre parole come “rivoluzione” o “resistenza” vengono riassorbite dal linguaggio pubblicitario ci viene proposta l’idea della “remigrazione” quasi come se fosse qualcosa di naturale, legittimo, un termine che suggerisce un ritorno volontario, che attenua e cancella la sua volontà coercitiva e che, anzi, inserisce una patina quasi amministrativa rendendo questo concetto presentabile all’opinione pubblica.
Ed è proprio qui che si gioca lo scarto decisivo: non tanto nel nascondere la violenza, quanto nel ridefinirla linguisticamente. Perché ciò che viene descritto come “remigrazione” implica, nella sua applicazione concreta, forme di espulsione forzata di persone considerate indesiderate. La “remigrazione” è una deportazione.
È in questo passaggio a un linguaggio fintamente neutro e innocuo che si consuma il vero spostamento, ciò che è problematico smette di apparire tale, anche quando accade sotto i nostri occhi. Questo meccanismo finisce per avvantaggiare il sistema capitalista, rubandoci letteralmente la possibilità di conflitto e critica, e così tematiche e proposte che un sarebbero apparse inaccettabili vengono riformulate in modo da risultare innocue, o addirittura ragionevoli, giuste e coerenti con il quieto vivere di tutti.
Travestite da semplici opinioni, parole di violenza si diffondono come olio rovesciato.
Simbolo
Sento l’asfalto sotto il ginocchio. Di fronte a me lo striscione dedicato a Ramelli: “Onore ai Camerati caduti” sosta impettito, steso dalle mani di coloro che oggi si considerano camerati. È il 29 aprile, il giorno in cui viene commemorato Sergio Ramelli. In fila, circa 2000 persone sfilano accendendo torce, sventolando bandiere, per raggiungere via Paladini, dove potranno ripetere il rito che ogni anno attendono: il presente. Si tratta di un appello. Qualcuno chiama i nomi dei defunti, e la piazza, anzi, i “ranghi” rispondono con un “presente” urlato e i saluti romani. Il presente, in Italia, viene effettuato in diversi eventi commemorativi come ad Acca Larentia, a Dongo e a Milano.
Sto scattando una foto al portabandiera. Non ho idea di chi sia, è un ragazzo giovane. Vedo che mi guarda, dritto nell’occhio dell’obiettivo. Sorride appena, un sorriso sghembo. Compiaciuto. Allarga le gambe, prende spazio, raddrizza la schiena, posa.
Mi alzo, scocciata. Visibilmente, inutile dirlo. Il fastidio di questa sicurezza è tangibile. Si sente tra le voci che circondano la manifestazione, o meglio, tra quelle di alcuni giornalisti. Oggi, nessuno farà foto che non deve. Perché la sicurezza che trasudano si trasforma in timore, da questo lato.
Mentre li seguiamo conto i bambini che punteggiano le file per 5, tra adulti e adolescenti, portati qui dai genitori. Qualcun* è con gli amici. Capannelli di persone con meno di 18 anni che sfilano, le mani giunte dietro la schiena, a dimostrare la solennità richiesta.
I partecipanti sono disposti -schierati - dagli ordini di Ettore Sanzanni, che sulle braccia sfoggia un’aquila nazista e, in caso di dubbi, la scritta Adolf Hitler.
Camminano, in silenzio, e, anzi, più volte viene ricordato ai “camerati” di tenere il telefono in tasca, spento o con il silenzioso. Tra le altre raccomandazioni c’è quella di non reagire, non importa cosa sentiranno. “Marziali”, dice uno di quelli che dai lati indica la postura, l’atteggiamento, insomma quello che dice ai partecipanti come muoversi e comportarsi questa sera.
Milano, città medaglia d’oro della Resistenza, che ogni 29 aprile si ritrova ad essere percorsa da una piccola marea oscura, il cui significato non sfugge. Sicuramente ci sarà anche dell’affetto nostalgico per Ramelli, ma più di tutto è evidente la volontà di avere un giorno, un momento di martirio, celebrazione e ripetizione. Non a caso, quattro giorni dopo uno dei cortei più partecipati della città, quello per la Liberazione, i militanti di estrema destra - per brevità i fascisti, neofascisti, neonazisti, neonazifascisti, ma anche i criptofascisti - si radunano, cenano nelle pizzerie intorno alla piazzetta di ritrovo, ridono, sbevacchiano e poi marciano.
A vederli, si nota quanto i simboli siano sottovalutati. Ci sono persone con un’estetica precisa, evidenti, che spiccano anche nelle foto. C’è però anche tanta gente dall’aspetto così comune da disarmare. Potrebbero essere chiunque e la verità è che sono chiunque. Compagni di università, di liceo e, anche se immagino non proprio per scelta loro - di medie ed elementari. Colleghi d’ufficio, addetti alle vendite, segretari, manager, ristoratori, allenatori, quasi mi rifiuto di scrivere insegnanti. Accorsi per la cerimonia.
Ogni simbolo, sebbene la legge italiana faccia orecchio da mercante, ha un potenziale. La cornice è ciò che fa sì che agisca in un modo più o meno attivo. Sapere che è esistito il fascismo e che ha avuto una certa posa è necessario, altrimenti non potremmo riconoscerlo. Ignorare la sua estetica e i suoi simboli, invece, gli permette di sopravvivere. Si tratta infatti di oggetti, immagini, gesti e parole che riportano un’immagine o un’idea concreta. Che ha materia. Che sta in quelle mani tese, nelle parole, nel fatto che ci coordina, anche nel parlare con le persone esterne alla manifestazione definisce “camerati” i partecipanti.
Il simbolo diventa oggetto sacrale, viene ripetuto e ritualizzato perché l’idea viva. Sopravviva, e sorga. In sordina, ma nemmeno troppo. Mentre la legge e le istituzioni permettono la performance fascista, in Europa continua la persecuzione e la criminalizzazione delle persone antifasciste.
Penso a Maja T., che sta in carcere, condott* in catene e guinzaglio ai processi, sulle spalle una prima condanna a 8 anni, detenut* per antifascismo. E poi osservo il portavoce di CasaPound, Luca Marsella, fare il saluto romano davanti alle telecamere, a volto scoperto, senza una remora o un timore. Lo stesso che aveva affermato alle telecamere della Rai che “l’antifascismo è una malattia mentale”, in occasione dell’udienza sulla remigrazione — mai tenutasi — alla Camera dei Deputati. I parlamentari che avevano impedito, di fatto, l’udienza si sono però ritrovati con una sospensione: cinque giorni per 22 di loro, quattro per altri dieci.
I simboli non sono vuoti. Per questo anche raccontarli ha il suo peso. Leggo che MilanoToday indica i ranghi come “precisi”, corroborando quel senso di ordine che il fascismo ci ha sempre propagandato. O ancora, ANSA che riporta che dopo il “merde” e il “criminali” urlati dai balconi, i partecipanti non abbiano reagito anche se non è vero. Hanno urlato e insultato, - i “puttana” a mezza voce si sono sprecati-, seppur brevemente. Se la reazione non è diventata più muscolare è perché chi organizza vuole conservare quella cosmesi di controllo, vuole mostrare rigore, forza e militarismo. Ma la verità è che è tutta una facciata. Ogni gesto, ogni parola, ogni persona fascista è violenza.
I simboli sono pericolosi, così come la cornice.
Ma, per fortuna, lungo il tragitto spiccano alcune scritte, tra cui “Antifa sempre”, ad inquadrare il pericolo e ricordarci che una resistenza c’è e ci sarà. Sempre.
La recensione che (non) ti aspetti
X, Valentina Mira, Fandango libri, uscito nel 2021 è il libro perfetto per chiudere questa Buccia. Mira scrive con la ferocia di chi ha una ferita aperta e spalancata, di quelle che ci si ritrova a mettere sotto l’acqua ma niente, il sangue non si ferma. Il libro è crudo, ma bello. Tra le pagine ci scorre la vita di una ragazza, Mira, condensata in un evento catartico: una violenza sessuale. Da lì la vita cambia, radicalmente e il fascismo di contorno del quartiere diventa reale, tangibile come un muro. La famiglia accusa il colpo, ma in particolare è il fratello anche agente del silenzio, del respingimento, di tutta la violenza secondaria vissuta dalla protagonista. Che è lei, proprio lei, e quindi è un libro da trattare con i guanti, da leggere con attenzione e delicatezza. Un libro che ci racconta la banalità, spesso triviale, del fascismo e come in questo trovi la sua forza attrattiva. Nelle serate, nei gesti, nelle parole. Nell’adesione settaria che chiede, così forte da separare un fratello e una sorella che si volevano bene. Il libro mi è tornato in mente pochi giorni fa, quando in auto a Pisa abbiamo visto dei ragazzetti prendersi a cinghiate. Capelli rasati, magliette che lasciavano poco all’immaginazione. Era la cinghiamattanza, la stessa che descrive Mira, che usciva dalle pagine come un’evocazione. Ha addirittura una pagina sulla Treccani, come neologismo, un sostantivo femminile che indica una “Lotta a suon di musica, durante la quale si tirano cinghiate.” Frustare un corpo “amico” per dimostrare virilità, farlo a nastro, ai concerti, per ripetere e ripetere che nel dolore sono forti, capaci e pronti ad infliggerlo. In un modo o nell’altro, come ci racconta Mira scrivendo righe a suo fratello, destinatario di tutte le parole del libro.
X, di Valentina Mira, edito da Fandango costa 14,25 euro. È lungo circa 176 pagine, ma va giù come un sorso di acqua. Poi si annida nello stomaco, diventa quasi un parassita con aghi acuminati. È bruciante, da leggere, ascoltare o recuperare dove vi pare, ma come sempre, se è indipendente, è meglio.
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