Piani
Confondere i piani, fare dell’uno il suo contrario. Dividere, ferire e lasciare che ciò che accade sembri sotterraneo. Un luogo da cui non deve emergere nulla.
Seminterrato
Spesso pensiamo che la violenza sia uniforme: la violenza è violenza, punto. Ma non è così. Alcuni corpi sono automaticamente aggressori; altri sono considerati difensori, anche quando uccidono.
Casi come quelli di Stefano Cucchi, Carlo Giuliani, ma anche quelli oltreoceano di Breonna Taylor e George Floyd, mostrano quanto il contesto, la percezione pubblica e le strutture di potere cambino il senso di un gesto violento. Se ad agire violenza è il potere - o chi lo amministra -, allora quasi non si parla di violenza. E quando lo si fa, la si incornicia come “giusta”, come ordinaria e legittima garanzia di sicurezza.
La violenza oppressiva non conosce limiti reali, ma solo apparenti. Frantz Fanon parla di “violenza atmosferica” riferendosi a quella del sistema oppressivo nei confronti delle soggettività oppresse. Non c’è modo più grafico di immaginarla: sta nell’aria come nelle parole, nel corpo come nella carne.
Non solo nelle azioni, ma anche nelle regole e nelle storie che ci raccontiamo. Se è lo stesso nucleo di potere che usa la violenza a decidere quando e come darsi dei limiti, allora quei limiti non esistono davvero. Sono solo estetici, pragmatici. Una parola che indica il prevalere dell’interesse pratico, immediato e, spesso, utilitarista, su ogni altra considerazione.
I diritti - quando ci sono - esistono finché il potere lo permette. Per perderli o non averli nemmeno in partenza, basta finire dentro un’etichetta di devianza ed essere puniti nel nome di quell’identità. È una tassonomia del controllo efficace: la persona smette di essere tale quando non si conforma e diventa qualcosa di meno di una persona, una bestia, un mostro. L’atmosfera oppressiva allora si colora in modo più evidente. La sua portata non è cambiata: si trova semplicemente nella condizione di esprimersi.
La violenza narrativa attribuisce più gravità alla violenza agita contro un soldato rispetto a quella del soldato stesso. Se la compie lo Stato, sembra legittima; se la compie un privato in difesa del patrimonio, pure. Ma se è una persona marginalizzata a reagire, allora diventa scandalo. È il problema del corpo aggressore: alcuni corpi lo sono a prescindere; altri mai. L’inversione di responsabilità scagiona il potere e gli permette una violenza ancora più intensa.
La proliferazione e ripetizione di una singola immagine non aiuta, anzi, diventa moltiplicazione di eventi. Non accade una volta, in un contesto con un prima e un dopo, ma avviene simultaneamente su tutti gli schermi. L’immagine - che sia di una vetrina rotta o di un poliziotto colpito - diventa oggetto di difesa ma anche strumento: viene usata per rimuovere tutto il resto. Il presente diventa l’evento, l’attimo assorbe la sequenza.
La violenza della polizia non viene chiamata tale: non è violenza, ma “forza”; non è aggressione, ma esercizio legittimo. Chi subisce queste “funzioni” diventa il violento. Anche quando non reagisce, anche quando scappa. Anche quando, sotto la gragnola di botte rischia di morire.
Mancano pezzi, e grossi, di fattualità e di consapevolezza su cosa sia realmente la violenza sociale. Un buco reso bias cognitivo grazie alla lettura individuale ed individualista dei rapporti sociali, compresi quelli di forza.
Nel modello capitalista, infatti, l’individuo è il proprio mondo, e il mondo è qualcosa da acquistare. L’agire e l’interesse sono isolati, in competizione costante. Anche il rapporto con il potere è raccontato come uno contro uno, quando è una scala uno a mille. Così la violenza sociale sembra essere solo quella di soggettività criminalizzate, scollegate dal contesto.
La questione raggiunge il parossismo quando pensiamo alla violenza privata incentivata. Alle vittime considerate accettabili – bianche, cittadine, borghesi – si concede l’autodifesa privata, purché sia individuale e a pagamento. Addirittura, su Amazon, si trovano manuali che educano alla difesa della proprietà, spingendo perciò le singole persone ad agire e farlo appellandosi a cavilli legali. Per non parlare dei vigilantes che oltre ad infestare YouTube con narrazioni stigmatizzanti, prendono la via della giustizia di strada colpendo le soggettività più a margine. Corsi, strumenti, dispositivi: tutto fa mercato. La violenza acquistabile diventa legittima, quella monetizzabile spettacolo.
L’ultimo tassello di una distopia assoluta è quello in cui anche il “pubblico” prende le parti dell’autorità, diventandone l’eco e lasciandole prendere sempre più spazio. La differenza sostanziale – tra persone e cose, tra attacco e difesa – si perde dentro un contrasto moralizzato in cui il capitale guadagna e la società perde.
Infatti, in molti casi, l’opinione pubblica concede sconti morali alle forze dell’ordine. Si divide in parti avverse di un dibattito senza confronto, sbilanciato a favore dell’ordine egemone, ma pronto a passare alla prossima informazione con la leggerezza di un click. L’impunità diventa norma, e l’omicidio di chi è marginalizzato viene persino giustificato, difeso.
Accettare con leggerezza la morte di qualcuno è la prova più feroce della violenza che ci attraversa. Quando diventa così normale da non indignare nemmeno, significa che siamo tutti partecipi: autori indiretti, complici, brutalmente violenti. Come con Ramy Elgaml come Abderrahim Mansouri, condannati due volte: dalla profilazione e da chi afferma che meritassero di morire. La loro stessa presenza è stata trasformata in colpa e ciò che ne ha determinato la morte, e cioè la violenza di stato, descritto come giustizia.
Per questo dovremmo riflettere meglio su ciò che consideriamo violenza, e capire quando la violenza non è una scelta e quando, invece, è un programma di subordinazione. A coronare l’impianto di controllo è l’amministrazione della rabbia, il monopolio del suo esercizio, quello che rende inaccettabile quella chi è soggettività oppressa e valida quella di chi opprime.
Guardare in bocca al problema reale significa trovarsi davanti a una massa purulenta di carie e ascessi. Non è bello, fa male. Ma essere un dente cariato e bastonato non è certo più sopportabile.
La violenza non è tutta uguale. Il problema è capire quando e perché smettiamo di chiederci da dove nasce, quando preferiamo inventare mostri piuttosto che affrontare le cause. Più di tutto, quando smettiamo di cogliere la differenza tra la violenza di un sistema e le azioni di chi quella violenza lì la subisce ogni giorno. E lasciamo terreno fertile a chi, invece, in questa voragine distratta, macina consenso.
Prima di tutto
di Saverio Nichetti
Prima dei fatti, prima delle indagini e prima dei veri colpevoli c’è sempre qualcuno pronto a strumentalizzare la cronaca, che sia questa l’uccisione di un militante di destra in Francia o che sia l’uccisione di un ragazzo a Rogoredo da parte di un funzionario delle forze dell’ordine. L’obiettivo? Costruire un nemico collettivo verso cui incanalare l’odio e la frustrazione delle persone e perché no, nel frattempo fare anche un po’ di propaganda per legittimare una serie di restrizioni alle libertà individuali.
La prima versione di un fatto di cronaca, infatti, è quasi sempre la più potente, basta arrivarci per primi (Lucarelli e Corona docent). Questo non perché sia la più vera ma perché arriva quando l’emozione è ancora viva e il bisogno di un colpevole immediato.
Nel caso dell’uccisione di Abderrahim Mansouri da parte del poliziotto Carmelo Cinturrino possiamo vedere come nelle ore immediatamente successive ai fatti si siano moltiplicati messaggi pubblici di solidarietà all’agente indagato. Prima ancora che l’inchiesta facesse emergere elementi investigativi — tra cui le ipotesi relative a presunte condotte irregolari nella gestione del territorio e alla dinamica dell’arma rinvenuta accanto al corpo — esponenti politici hanno costruito una narrazione centrata sul degrado della zona, sulla pericolosità dei migranti e sulla necessità di uno “scudo legale” per gli agenti sotto indagine.
Emblematici, in questo senso, i video diffusi da Silvia Sardone davanti al commissariato di riferimento, in cui la vicinanza al poliziotto si intreccia a un discorso più ampio su sicurezza e ordine pubblico.
Il punto non è anticipare sentenze o sostituirsi ai tribunali. Il punto è osservare il meccanismo: un fatto individuale viene rapidamente trasformato in prova generale di una minaccia collettiva. Dal singolo episodio si passa alla categoria — “i migranti”, “gli antagonisti”, “l’area Antifa” — e da lì alla richiesta di strumenti straordinari.
Cambiamo paese ma non le modalità. Francia 2026, nel caso di Quentin Deranque, l’omicidio è stato immediatamente incorniciato come l’ennesima prova della violenza dell’“ultrasinistra” e della minaccia rappresentata dalle organizzazioni Antifa. Prima che le indagini chiarissero il contesto, le dinamiche dello scontro e le eventuali responsabilità individuali, una parte della destra francese ha trasformato l’episodio in una conferma di una tesi già pronta: l’esistenza di un nemico politico interno da reprimere: le organizzazioni Antifa. Nelle ore successive alla notizia, il dibattito pubblico si è spostato rapidamente dal fatto in sé alla richiesta di misure straordinarie contro i movimenti antagonisti. Non il singolo episodio, ma l’intera area politica è diventata oggetto di accusa, questo è particolarmente preoccupante visto che si tratta di un passaggio dalla responsabilità individuale a una colpa collettiva, l’intero movimento diventa quindi punibile e da punire agli occhi di questa narrazione.
Quando, con il proseguire delle indagini, sono emersi elementi che ridefinivano il quadro — compresa l’ipotesi di un’azione organizzata di matrice opposta e un contesto di scontro più complesso — la narrazione iniziale aveva già prodotto il suo effetto politico. Il frame era stato fissato e le condanne morali della giuria popolare emesse.
Questo modus operandi purtroppo non è nuovo ma è particolarmente efficace in periodi di forte polarizzazione politica e conflitti sociali infatti la storia italiana conosce bene cosa significhi costruire un colpevole prima di accertare i fatti. È accaduto con Piazza Fontana. È accaduto, in forme diverse, anche dopo la Strage di Bologna, dove i depistaggi hanno accompagnato per anni la ricerca della verità. Ogni volta che la politica si appropria della cronaca prima della giustizia, il rischio non è solo la propaganda ma anche la distorsione della memoria collettiva. Ancora oggi infatti benché questi due attentati siano stati attribuiti e sia stata confermata la colpevolezza di gruppi legati alla destra neofascista si tende a ricordare prevalentemente gli attentati commessi dalle brigate rosse e dai gruppi legati all’estrema sinistra tralasciando completamente le morti causate dai gruppi di estrema destra.
Oggi rispetto al passato la costruzione di un nemico collettivo viaggia molto più velocemente. La prima versione di un fatto, quando riesce a saldarsi con paure già sedimentate — il degrado urbano, la minaccia interna, l’ordine pubblico — diventa leva per legittimare restrizioni, scudi penali, misure eccezionali. A differenza del passato però tutti noi possiamo contribuire alla creazione di questa narrazione tramite i social media, ma data la loro iniqua distribuzione di potere tenderanno sempre a favorire chi ha più follower, visibilità e mi piace, dando così un enorme potere a chi riesce a controllare le prime fasi del racconto.
Il rischio di questa narrazione non è solo l’errore giudiziario, ma l’erosione stessa del nostro spazio e delle nostre libertà.
Una foto a caso, ma non troppo:
Milano, Italia, Febbraio 4, 2026 — Proteste contro le olimpiadi di Milano-Cortina
La recensione che non ti aspetti:
1980, Gwanju. Han Kang, con “Atti umani” ci butta proprio lì in mezzo. Tra le voci e i pensieri di chi ha vissuto il massacro. Voci spettrali e voci di carne, raccontano il Massacro di Gwanju, ovvero la repressione della rivolta popolare contro la dittatura di Chun Doo-hwan in cui sono morte centinaia se non migliaia di persone.
Han Kang apre una ferita grossa come un paese e mostra il lato più feroce del potere violento. Studentə e professorə si ribellarono per ottenere riforme democratiche, e la violenza istituzionale ne uccise molti.
Quello di Han Kang è più di una memoria viva, più di un monito, è una fotografia emotiva.
Han Kang, Atti Umani, Adelphi, € 13,00 , 205 pagine. Disponibile anche in audio libro, lo trovate un po’ ovunque, per davvero, visto che ha vinto un Nobel, ma se è indipendente è ancora meglio.
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