Panem
Di Sanremo, telegiornali e RAI. Dirige il palinsesto il governo Meloni.
Non ne so molto, ma m’è parso che come termometro sociale Sanremo ci abbia detto molto e troppo del nostro paese. Dico troppo perché certe cose, forse si farebbe a meno di sentirsele sbattere in faccia.
Il 75esimo festival di Sanremo avrebbe dovuto essere un’edizione speciale, così si è detto. E lo è stata, specialissima. Se qualcunə tra noi, però si aspettava qualcosa di straordinario, si è ritrovato in mano il festival della famiglia tradizionale con tanto di conduttore che getta lì frasi contro la violenza di genere allo stesso modo con cui ha introdotto i ventordici milioni di sponsor che hanno calcato il palco del festival. Quella a cui abbiamo - o non abbiamo - assistito è stata la versione italianissima del Quarter Quell degli Hunger Games che, stando al secondo libro della trilogia di Suzanne Collins, celebravano proprio la loro 75esima edizione. A Sanremo lo spargimento di sangue è stato simbolico e non sono stati richiamati i precedenti vincitori nella speranza di far sparire quelli scomodi. No, a sparire sono stati i monologhi - che per carità il più delle volte erano squisitamente trash o così fintamente impegnati e poco rappresentativi che più indigeribili di così non si poteva - e, soprattutto, la parvenza di vivere in un sistema realmente democratico.
Andiamo con ordine: questo festival era all’insegna della canzone d’amore. Una grossa X è stata disegnata sui temi sociali, considerati, a quanto pare, nulla più che un argomento da depennare non appena l’indirizzo politico cambia domicilio in maniera definitiva. Le canzoni d’amore sono un must della cultura musicale italiana, soprattutto quelle che, nonostante questo Quarter Quell sia avvenuto nel 2025, ammiccano ad un amore eterocisnormato, informato nelle sue strutture ed espressioni dal patriarcato.
La conformità allo standard prima di tutto, ed è stata la cornice del festival a cucirla anche laddove ci saremmo potut3 raccontare o riconoscere altro. Essì, il contesto forma e deforma e trasforma. Un’edizione sull’amore però non è certo casuale, o meglio, non è un caso che capiti ora. Dopotutto cosa è meglio ispirare nelle persone? La ricerca di una giustizia sociale di sorta o quella di un amore personale, singolo, possibilmente tra uomini e donne cisgender ed eterosessuali, da covare e coltivare a discapito di tutto, anche della qualità della relazione stessa? Beh, per evitare qualsiasi forma di dissenso la seconda è essenziale. Perché fa pensare unicamente a controllare il proprio orto, mentre il mondo brucia. Dunque, canzoni da premiare. Non sorprende il posizionamento verso la coda della classifica di Willie Peyote che a tutto questo ha detto semplicemente “grazie, ma no grazie”. Quindi amore a profusione e andiamo avanti con la sfilata degli enfant prodige selezionati per innestare negli spettatori quello stuporeammirazioneinvidiacommozione e ricordare a tutte le persone di quell’età - 3 famos3 bambin3 da tutelare - che se non emergi a sei anni perché suoni il piano da quando ne avevi tre, non sei rilevante, certamente non speciale e, quindi non importante. Ma la pubblicità verso il progresso della competitività alienante non finisce qui, perché, oltre ad essere una gara, Sanremo è soprattutto un cartellone pubblicitario. Anzi, forse in questa edizione è stato prima questo e poi una gara canora. I washing a tutti i colori Eni, spudorati come uno schiaffo a mano aperta, l’onnipresenza della Tim, il palco della Suzuki e tutti i programmi di prossima uscita della Rai hanno sfilato sul palco scarrozzati da questo presentatore molto molto molto perbenista che ha riso di gusto a battute sulla merda, orchestrato la continua presa in giro di Malgioglio - perché ridere della fragilità altrui è davvero facile quando non ci sono remore o cure morali di mezzo -, fatto battute dal sapore omofobo e sistemato un po’ troppi microfoni sulle scollature. Che per carità, tra le persone in questione ci saranno state la confidenza e le condizioni si spera - per farlo, che ne posso sapere io, ma se ad un festival nazionale seguitissimo - come hanno precisato ogni cinque minuti - si butta qua è là un distratto “no vuol dire no” mostrare un comportamento così invadente e non apertamente consensuale senza nemmeno avere l’accortezza di chiedere, in maniera chiara e udibile a tutt3, se la persona vuole o meno quell’aiuto, beh, è po’ come predicare malino e insegnare peggio. La razzolata lasciamola perdere visto che il condonato catcalling in sala Ariston era chiaramente udibile anche alle persone telespettatrici. Pubblicità, torniamo tra 60 secondi.
A beneficiare dell’endorsement di Papá Conti sono state anche le forze dell’ordine che, ci ha tenuto a ripetere, muoiono per noi. “Noi”, ma noi chi? La proporzione è inversa e di solito sono le persone non parte dei corpi armati dello stato a morire per mano dei corpi armati dello stato. Ancora non si era digerito il finale della poco realistica ACAB di Netflix che mostra i celerini corrotti dalla troppa correttezza - le mele marce sono poche, prostrate dalla vita difficile, mentre 3 manifestant3 sono un nugolo confuso di gente senza ragioni, e quindi: esagerata la squadra ma perdonata martire e giustiziera - circondati dalle folle malvagie malvagissime, che Conti, fiero testimonial dei Carabinieri, si è curato di farci salire un rigurgito.
Come se tutto questo non fosse sufficiente, i televisori d’Italia sono stati ben accesi raggiungendo uno share pazzesco ed è quindi impossibile anche solo sperare che qualcunə si sia perso la sponsorizzata turistica al treno delle Foibe. Sulla televisione nazionale pubblica, in un momento storico in cui il paese è punteggiato di campi dì concentramento ed espulsione - Centri Per il Rimpatrio -, in cui paga per esternalizzare i confini che è un modo molto accademico per dire che si pagano altri paesi per trattenere e torturare e uccidere le persone che desiderano migrare, in cui la magistratura viene screditata ogni giorno - e non per giusti motivi, ma perché qualcuno osa interpellare il governo per ritenerlo responsabile di quello che fa -, in cui il nazionalismo sta dilagando al punto che c’è addirittura un “liceo del Made in Italy” che ha un indirizzo lavorativo allo sfruttamento nel nome della patria - mentre i futuri della classe dirigente vengono istruiti nei licei classici ancora considerati d’élite nonostante l’abolizione (1962) della fascistissima legge Gentile (1923) - in cui la repressione va sotto il nome di sicurezza, in cui c’è un popolo colpito da genocidio e lo sanno tutti, in cui il governo spia i giornalisti che fanno inchieste sulla gioventù fascista di FDI e via così, va in scena il grande simulacro storico del neofascismo: le foibe. Un punto, un evento su cui i neofascisti italiani sono inamovibili come un disco rotto che va e poi ritorna sempre allo stesso verso, allacciati alle foibe come se da questo dipendesse la loro vita e forse è proprio così. Se le foibe ( per contesto: 1945 l’esercito di liberazione jougoslavo comandato da Tito aveva occupato l’Istria e rivendicava Trieste, in un panorama in cui la repressione fascista delle minoranze aveva portato la frattura fra popolazione italiana e popolazione slava al limite. Con l’accusa di complicità con il regime fascista migliaia di italiani - tra cui molti militari fascisti - furono uccisi e deportati, una parte di loro fu gettata nelle cavità naturali dell’altipiano carsico: le foibe.) diventano monumento di lutto nazionale, sono i demoni rossi a diventare i cattivi della storia, un magma confuso in cui per magia rientra sempre tutto l’antifascismo e loro, i fascisti e neofascisti e postfascisti, le vittime. Poi i salvatori, infine gli eroi. E qualche scettico potrebbe pure peccare di elefoibeismo dicendo ridondante “e le foibe?”, ma basta ricordare che non è partito nessun tour sponsorizzato da alcun ministero a sensibilizzare sul campo di concentramento di Fossoli, quindi dai, sappiamo benissimo che il punto non sono la memoria né le vittime, anzi. Carlo Conti, nel festival del perbenismo censorio ha fatto questo regalo ai neofascisti. Nominare le foibe, così. Con postura luttuosa e compita. Dritto in camera. Dalla televisione di stato partito.
L’Italia guarda ed è questo il problema. Perché quella parte di Italia che guarda con piacere profondo il festival ci si riconosce, assorbe e vota. E ha votato un podio tutto al maschile, di cui non ci si può sorprendere più di tanto, ma da cui - abitando il paradosso - ci si può confermare delus3. Non tanto perché importi davvero quello che succede a Sanremo, ma perché è la manifestazione sintomatica di quello che serpeggia nelle case, nelle vite e sotto i pollici di porzione del paese. Quella che ha gradito questo festival bianchissimo, falsissimo, bugiardo, infame e padrone. Che ci si è accoccolata dentro, finalmente più comoda.
Il tema della settimana, dopotutto.
Quasi non s’è parlato d’altro negli scorsi giorni. E così Vance, il vicepresidente americano, che paragona Elon Musk a Greta Thunberg facendolo passare per nulla di più un attivista, screditando Thunberg e, al contempo, confermando che negli Stati Uniti la crisi climatica è ufficialmente ignorata, è stato percepito, sì, ma non registrato.
Non nella sua estrema gravità di ingerenza politica.
Nè quella delle sue lamentele sulle rigide - a suo dire - leggi europee sul digitale e delle critiche alla minaccia incombente alla libertà di parola europea, parafrasabile in uno spudorato e inquietante “non potete più dire niente, mica come noi americani”.
E no, Vance non si riferiva certo alla vera minaccia alla libertà di espressione - quella per cui, ad esempio, anche alla sottoscritta viene detto che non può dire certe cose antifasciste in certi luoghi, giusto per citare una cosa a caso tra le troppe - ma a quel qualunquismo vittimista delle destre che vogliono fare quello che pare a loro senza che nessuno faccia un fiato.
Come pure è passato in una maggior sordina l’aumento delle specifiche di Trump sul non futuro della Palestina e dei Palestinesi, che li vorrebbe separati per sempre partendo proprio da Gaza. Sulle macerie che vorrebbe convertire in Riviera, probabilmente ficcandoci pure qualche Trump Tower. O, ancora, che dire dell’attenzione rispetto a quanto la mitomania di Trump stia facendo ruotare la politica attorno a lui, impreparatissimo a gestire il suo mandato e proporzionalmente interessato ad influenzare quello di altri Stati. Per non parlare del Congo, delle bombe pesanti che torneranno a Gaza, delle elezioni in Germania che vedono Afd guadagnare terreno come secondo partito (21% dei voti secondo le stime di Politico) nonostante sia di stampo squisitamente nazista. Si sente, ma non si ascolta, accendi che inizia il festival. O il dopo festival. O quegli strascichi d’avanzo che è meglio mangiare finché son caldi.
Probabilmente ad una certa Italia - che crede d’esser tutta ma non lo è - va bene così. Ingollare immagini di cantanti in un processo individualista che persevera senza requie. Con il gossip, la finta modestia, i ruoli di genere in bella mostra e le espressioni più queer colpite dalla cornice che insegna dogmatica che va bene finché si tratta di artist3, ma per noialtri è invece d’obbligo il binario vestito. Rosa o blu.
C’era poi in sottofondo il solito brusio, che se non guardi Sanremo sei uno snob stronzo (no, è che non mi piace punto. Senza giudizi di sorta su chi ha gusti differenti) o che se lo guardi sei poco intellettuale (no, è che piace, intrattiene, lo si guarda in gruppo, c’è il fantasanremo o chessoio ) e tutto il resto si perde nella camera degli specchi a due vie. Rosa o blu. O sì o no.
Benvenuti alla 75esima edizione degli Hunger Games. Un paragone non forzato perché al festival si alternava il tg1 notte con le sue carrellate che spaziavano da Vance, Monaco e Hamas, in un crescendo di notizie particolarmente angolate a far salire una paura profonda delle persone musulmane e o arabofone e di quelle migranti. I numeri dei prigionieri palestinesi da rilasciare ripetuti quasi sottovoce, quelli delle persone ostaggio di Hamas corredati di servizio fotografico a loro e alle famiglie. Poi stacco sull’ultima notizia: i risultati delle partite di calcio. Di nuovo, la linea a Sanremo.
Panem et circenses, oggi, panem et circenses domani. Come se ci servisse un festival nazionale per sapere che aria tira, come se non la respirassimo ogni giorno.
Cibo e spettacolo, ancora ancora ancora e ancora.
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