On Screen
I reality show non rappresentano: modellano. Se la vita è considerata spettacolo, dove sta il limite?
La linea della realtà
16 anni fa, su K2, andava in onda “Not so happy campers”, il primo episodio della serie animata “A tutto reality- L’isola”. Chris Mclean, il presentatore, entra nell’inquadratura annunciando di “arrivare a noi live!” dal camp Wawanakwa (nome di fantasia di matrice coloniale), ovvero dal luogo in cui i 22 concorrenti di un reality show si sarebbero dovuti sfidare per vincere 100.000 dollari. Mclean, personaggio tanto quanto i concorrenti, spiega le regole, introduce i personaggi e avvia così una serie che è tuttora in corso.
Nel lanciare un cartone animato sui reality show K2 ci stava connettendo, inconsapevolmente, ad un salto di qualità dei reality stessi: non più mero genere televisivo, bensì storie e soggetto, tutto insieme.
Sui reality crediamo di sapere tutto, perchè sono pensati per darci quest’impressione. Oltre a credere di conoscere lo svolgimento del singolo programma, pensiamo anche di avere consapevolezza della genealogia dell’intero genere, che, tendenzialmente ci appare scarna, recente e nuova. Tv spazzatura, giovane e veloce.
La storia dei reality, così come li conosciamo, ha quasi un secolo, 81 anni per la precisione. Il primo reality riconosciuto come tale, infatti, risale al 1945: “Queen for a Day” è stato infatti uno show radiofonico (1945) che ha debuttato in televisione nel 1955 incentrato, apparentemente, sulla domanda iniziale posta da Jack Bailey, l’host, all’audience e alle partecipanti: “ Ti piacerebbe essere regina per un giorno?”. Alle partecipanti, tutte donne, era chiesto di rispondere raccontando le loro difficoltà, ritrovandosi in lacrime davanti alle telecamere. A quel punto, Bailey le incalzava perché specificassero perché ognuna di loro ritenesse di dover vincere il titolo.
Lo show era una giostra di sponsor, il cui scopo era provvedere alle richieste della persona selezionata come vincitrice, la Queen, realizzando così il suo desiderio e ad omaggiare le altre partecipanti, le Princesses, con premi accessori, come viaggi di coppia, oggetti per la cucina, elettrodomestici. In scena, oltre allo spettacolo della competizione dei dolori, andava anche il corredo del consumismo domestico. Regina per un giorno, certo, ma pur sempre vincolata al marito e al focolare.
Già così, lo show ci appare familiare, con parecchi tratti in comune quelli dei reality show più contemporanei. Se però oggi il gradimento si misura con voti o altri meccanismi che possono prevedere l’apporto del pubblico, in “Queen for a Day”, era impiegato l’applausometro: uno strumento che misura la forza e la durata degli applausi. La storia vincente, quindi, era quella più applaudita.
“Queen for a day” tracciava già il percorso culturale dei reality show: nel 1951 ne fu fatto un film (in cui recitò lo stesso Bailey). Nel 1969 ebbe un revival ospitato da Dick Curtis. Dal 2012 è stato pubblicato un documentario riguardo la storia dello show e, sempre nello stesso anno, è stato messo in scena un musical ispirato al reality. Sembra quindi che i reality fossero destinati da principio ad uscire dalla loro stessa categoria e diventare, a tutti gli effetti, un elemento di grammatica culturale.
Ciò che propongono, infatti, è la documentazione - apparentemente - non programmata di una situazione, perché possa intrattenere. Sono confezionati in una miriade di sottogeneri che si intrecciano al punto da essere indistinguibili, dal talent show alla docu-soap, dai makeover show a quelli sul dating, passando per quelli basati sulla sopravvivenza e arrivando alla real life comedy. I reality show sono ovunque e sondano il terreno delle relazioni per scovare nicchie e specificità inedite da convertire in spettacolo.
Le diverse stagioni del “Jersey Shore” e di tutti i suoi - più o meno popolari - spin-off ne sono un esempio. Investendo il pubblico di feste, alcol e relazioni tossiche, scopate poco sicure e atteggiamenti violenti imbellettati dalla cornice del televisore - qualcuno ricorderà Ron che sfascia tutte le cose di Sammy in preda alla gelosia, gli slut e i body shaming a Sookie, le ricorrenti risse e le vendette - si sono insinuati nell’affezione dei palinsesti televisivi. E sebbene le relazioni sembrassero il fulcro della storia, in realtà questa verteva attorno all’esasperazione di una subcultura, perché più appariva assurda, più era desiderabile e drammatica e adatta ad essere portata avanti fino ad esaurimento scorte. Convertita in un prodotto commerciale.
Oggi il modello “Jersey Shore” è passato dalla tv di MTV, ai servizi di streaming dove i docu-soap reality hanno raggiunto un livello di serializzazione senza precedenti. La prima stagione, di solito ambientata negli USA o nel Regno Unito , stabilisce il tono, misura la portata del plot e poi inizia la diffusione a macchia d’olio di versioni trapiantate in altri paesi, ma virtualmente identiche.
Addirittura capita, come nel caso della versione italiana di “Too Hot To Handle”, che le storie dei personaggi siano intrecciate appositamente per ricreare quelle che hanno avuto più successo in stagioni passate registrate altrove. Il format sembra quindi vivere di vita propria, propagandosi come una catena di fast food, dribblando e limando le espressioni culturali di modo che possano essere conformi o esacerbate in base alle aspettative dell’audience. “Love is Blind”, ad esempio, mixa la standardizzazione del format calandolo nelle specificità e regole culturali delle relazioni dei luoghi in cui si svolge, aumentando il senso di realismo e credibilità di ciò che propone alle persone spettatrici.
Eppure non si tratta solo dei reality show in sé e per sé, ma, come ha anticipato “Queen for a day”, di ciò che producono. Si tratta infatti di vere e proprie propagazioni culturali. Il reality come genere, e alcuni reality come format a sé stanti, sono così popolari da aver ispirato serie, cartoni animati, film o trend digitali. Ad interrogare genere ci hanno pensato persino libri.
Dai più noti come “Hunger Games” o la contemporanea serie best seller “Dungeon crawler Carl” di Matt Dinniman, i reality dominano la fiction, soprattutto se distopica. E non unicamente Young Adult. Nel 2005, a firma di Amèlie Nothomb, è uscito Acido Solforico, un romanzo doloroso che descrive un reality ambientato nella ricostruzione di un campo di concentramento, in cui gli spettatori hanno il potere di decidere chi deve vivere o morire. La lente critica è già al lavoro, ma questo non impedisce la proliferazione della categoria di intrattenimento che, anzi, si propaga e ingrandisce al punto da diventare un oggetto infinitamente commerciabile e credibile, come dimostrano le versioni videogames dei reality targati Netflix.
C’è poi un tipo piuttosto interessante di reality, il tutto contro tutti, in gergo battle royale, dal titolo dell’omonimo libro “Battle Royale” di Koushun Takami. Il canone è praticamente quello della ruota della fortuna, ognuno per sé, e si spera pellicce per nessuno, ma con una differenza: il battle royale nella fiction è violento. Diverse serie tv sono diventate popolari rappresentando il genere, da “Alice in Bordrland”, ma anche lo stesso “Hunger Games”, e hanno mostrato agli spettatori cosa può il tutti contro tutti: un engagement senza precedenti. E infatti, Squid Game, più che un successo è stato un vero e proprio punto di svolta.
Il filone già esisteva, ma il mix di marketing esemplare, estetica e l’inarrestabile Korean Wave ha incontrato il perfetto tempismo che ne ha fatto una serie cult. Così culturalmente rilevante e apprezzata che, dal 2023, ne esiste persino il reality.
Guardare “Squid Game: the challenge”, significa osservare un nuovo modello di reality e non solo perché basato su una fiction, ma proprio perché basato su una fiction estremamente violenta. Nel programma Netflix i concorrenti non si aggrediscono fisicamente, ma i confini tra la competizione e la violenza psico emotiva sono ampiamente sfumati, vessati dalla pressione della piggy bank colma dell’assurdo montepremi di 4,56 milioni di dollari. E non è solo la vista materiale del denaro a risultare sinistra, quanto l’aderenza tra gli ambienti della serie e quelli del reality, praticamente identici, connessi a scene così forti che guardarlo significa anche chiedersi: “ma se ora che hanno ridotto i letti, si ammazzassero per davvero?”.
I concorrenti imparano presto a convertire la materialità delle altre persone nel denaro che rappresentano, barattando alleanze a suon di pianti - più o meno reali- e amicizie - più o meno fasulle - con botte da 10.000 dollari. In diversi momenti le telecamere inquadrano il crollo psicologico di chi si ritrova privato del sonno, terrorizzato all’idea di essere eliminato, combattuto tra la possibilità di avvicinarsi al montepremi e l’inevitabile vicinanza che si sviluppa tra chi vive situazioni assurde. Il tutto condito dalla spiacevole familiarità cinematografica. Un taglio meta-realistico portato all’estremo dal fatto che, al momento dell’eliminazione, i concorrenti debbano fingere di aver ricevuto un colpo di arma da fuoco, simulato dall’esplosione di una sacca di inchiostro che portano legata al collo e dal suono di uno sparo.
Un suono che ci riporta ai primi anni 10 del 2000, nel 2007 per la precisione, all’uscita “Live!”, un mockumentary che metteva in scena un battle royale puro. In questo caso le battute sulla ruota della fortuna stanno a zero, perché il “gioco” di selezione era basato sulla roulette russa, un di gioco d’azzardo letale.
La roulette russa pare sia stata descritta per la prima volta nel 1840 nel racconto “Un fatalista”, contenuto nel romanzo “Un eroe del nostro tempo” di Michail Lermontov, ma è stato poi ufficialmente battezzata russian roulette nel 1937 da George Surdez in un racconto pubblicato sul Collier’s magazine. La roulette russa si basa sull’uso di una pistola revolver in cui viene inserito un singolo proiettile. Ogni partecipante dà un colpo al tamburo, facendolo ruotare, lo incassa e si spara alla tempia. Si va avanti finché il colpo non è in canna e uccide il giocatore. Nel film, morti in diretta.
“Live!” poteva sembrare una critica forte, basata sulla riduzione all’assurdo, eppure, osservando il rapporto che abbiamo con i nostri applausometri personali (like, condivisioni, commenti e conta dei follower) e ciò che siamo disposti a fare per ottenerli, la sfocatura sempre più opaca che accompagna la violenza e lo spettacolo, financo la valorizzazione del tradimento, dell’utilitarismo e della manipolazione psicologica (molto evidente in reality come “The Devil’s plan”), non sembra poi più così lontano dalla realtà. Ma non solo, anche le violenze accadute negli stessi reality sono un campanello d’allarme.
La vera domanda, perciò, è: quando? Quando decideremo, o meglio, accetteremo che anche la violenza e la morte possano essere una spesa valida all’interno di un reality show. Quando storie come quella rappresentata nella serie “The 8 show” saranno così reali e agite da persone e non personaggi che moriranno sotto i nostri occhi e nei nostri schermi. E a quel punto quanto, la desensibilizzazione dal reale, la fame di fama, il bisogno di denaro e l’accettazione fatalista della violenza ci permetteranno di illuderci che è reale tanto quanto un cartone animato, ma divertente e accattivante come una serie tv.
La risposta più letterale sta in quei video che girano clandestini tra i canali Telegram, che rientrano nella categoria “graphic violence” e che mostrano atti violenti realmente accaduti. Torture, uccisioni, crimini di guerra, attività di mercenari e quant’altro, fruibili come forma di intrattenimento. Le risposte più velate sono invece tutti quei videopodcast, reality, spettacoli, game show e video in cui le persone sono vessate per le risate del pubblico, in cui le identità sono messe alla berlina, in cui lo spettacolo sono le micro e macroaggressioni vestite curiosità.
La prassi, per quanto sembri una nicchia c’è già, quello che rimane da osservare è come e se verrà capitalizzata, istituzionalizzata e confezionata. Se davvero arriveremo al giorno in cui Too Hot to Handle e Battle Royale si fonderanno indissolubilmente incollandoci davanti ad una televisione che supera e riscrive del tutto la linea della realtà. “Too Hot live”, con un’intelligenza virtuale reale che deciderà di giorno in giorno che chi ha trasgredito troppo o non abbastanza, debba finire in una sfida mortale. In palio il montepremi più alto, la gloria fatta denaro e il denaro fatto gloria. E non manca molto, perché se la violenza mortale è ancora un tabù da fiction, quella di genere è già in onda.
MAFS
Marriage at First Sight (Matrimonio a prima vista) è finito sotto i riflettori dopo che tre ex partecipanti hanno dichiarato di aver subito forme di violenza sessuale all’interno del programma. La BBC riporta la notizia a firma di Noor Nanji, e ora l’articolo sta rimbalzando sul web. Anche in Italia se ne sta scrivendo, o meglio se ne è scritto, ma poi la cosa è rimasta lì.
“Matrimonio a prima vista” è un programma incentrato su una premessa fondamentale: ci si sposa ad occhi chiusi. Una sorta di appuntamento al buio che inizia proprio con un matrimonio, non legalmente vincolante, e che procede con una luna di miele in cui gli sposi si conoscono. Se alla fine del programma il legame tiene - si forma - allora possono decidere di rimanere insieme. Si tratta di un tipo di reality show in cui è la relazione ad essere al centro della scena ed é ormai disponibile in diverse varianti - format - in tutto il mondo che mescolano l’idea dell’esperimento sociale al reality.
MAFS è in giro dal 2014.
Quest’anno, una delle concorrenti ha denunciato il “marito” del programma per averla stuprata e minacciata di aggredirla con l’acido. Anche la seconda denunciante ha riportato non solo l’abuso, ma anche di averlo fatto presente a Channel 4, l’emittente, che quindi sarebbe stata al corrente dei fatti quando ha mandato in onda gli episodi che ora sono stati ritirati. Shona Manderson, l’unica di loro non coperta da anonimato, ha denunciato Bradley Skelly per aver eiaculato dentro di lei senza averle chiesto il consenso prima.
Una forma di violenza sessuale che può rientrare nello stealthing, ovvero la rimozione o il danneggiamento delle misure precauzionali concordate senza il consenso della persona partner. In tutti e tre i casi gli uomini negano la versione delle denuncianti, sostenendo, a vario titolo, di aver sempre agito previo consenso delle partner.
La professoressa Helen Wood della Aston University intervistata dalla BBC, esperta che ha trascorso tre anni a studiare la tv realtà, ha sottolineato come questa generi qualcosa di “artificiale” un ambiente “scollegato dall’esterno”, una “[…]bolla in cui è previsto un certo grado di intimità”. Affettiva, emotiva, certo, ma anche sessuale. E, prosegue Wood, questa è “una situazione pericolosa”.
Questo tipo di programma, in cui rientra anche il format di Netflix, Love is Blind, infatti, ha uno svolgimento abbastanza standardizzato e che porta, prima o poi, il sesso al centro della scena. Che le persone partecipanti decidano di farlo o meno, ad un certo punto la questione sembra sempre essere preponderante.
La rappresentazione delle relazioni fatta da questi programmi è sfacciatamente incentrata sull’idea che tutte le persone vogliano fare sesso e che prima o poi dovranno decidere il da farsi. Telecamera sì o telecamera no? Il sesso, inteso come performance relazionale diventa il fulcro della narrazione, così come il conflitto. La mistura dei due è ciò che nutre il programma. La cornice, poi, è altrettanto indicativa: si parla di matrimonio. Non di dating, ma proprio di matrimonio.
Nel Regno Unito, stando alle stime sui crimini sessuali, chi subisce una violenza nel 54.7% dei casi è statə aggreditə dal partner o da un ex partner. Lo stupro coniugale non sempre viene riconosciuto come tale, dalla legge o dalla società. Se oggi il legislatore tende ad includerlo nelle forme di violenza sessuale, non è detto che a livello comunitario la cosa sia letta allo stesso modo. Viceversa, non è detto che se e quando viene riconosciuto per quello che è, la struttura normativa sappia inquadrarlo o creda alla denunciante, proprio perchè si tende a credere che nella cornice del matrimonio eterocisnormato, l’uomo abbia dei bisogni e alla donna stia soddisfarli.
In parole povere, si ritiene ancora che il sesso sia un dovere coniugale, un privilegio maschile e che, perciò, non esista la coercizione, ma la devozione. Gli eufemismi coniugali hanno coperto a lungo, e tutt’oggi offrono nascondimento ad una quantità di violenze matrimoniali che spaziano da quelle economiche, emotive, psicologiche a quelle fisiche e sessuali. Che violenze sono e violenze rimangono.
In Europa, ad esempio, l’Eurostat riporta che nel 2021 circa il 18% delle donne aveva subito una forma di violenza o abuso da parte del partner. Negli Stati Uniti, lo stupro coniugale è esperito da circa il 10-14% delle donne sposate, con percentuali che salgono al 40%-50% di quelle che subiscono violenza domestica. In Australia, sempre con base 2021, è riportato che il 24.7% delle persone femminilizzate e l’11.9% di quelle maschilizzate ha subito, dai 18 anni in su, violenza all’interno del nucleo familiare agita da partner o familiari sin dai 15 anni. Stando all’Istat, in Italia il 12.6% delle persone che ha o ha avuto una relazione è stata aggredita dal partner. I numeri salgono a dismisura quando si parla di ex-partner.
Questi dati riguardano alcuni dei paesi che ospitano una versione di MAFS e disegnano il quadro interpretativo delle aspettative sociali rispetto all’idea del matrimonio. Il reality, infatti, vende una certa proiezione della realtà e se la realtà matrimoniale è quella di uno spazio in cui l’abuso non solo esiste ma è condonato, i famosi “tra moglie e marito non mettere il dito”, in cui la violenza sulle persone femminilizzate non è considerata importante o reale - e infatti, chi denuncia viene continuamente screditata - come può un reality sulle relazioni uscirne bene? Anche solo rimpolpare certi stereotipi, come la centralità della relazione coniugale esclusiva, la sua presenza come compimento della vita delle persone femminilizzate, il sesso come performance dovuta, ha un peso nella società.
Ripetere aiuta ad introiettare, e così, mentre gli stereotipi vanno in scena, mentre le persone vivono forme di violenza davanti agli occhi delle persone spettatrici - Love is Blind ha regalato spazio a presenze narcisiste che agiscono comportamenti gravi e non interrotti dalla produzione - anche l’assuefazione alla violenza rischia di crescere. Al punto che le serie in cui le partecipanti hanno vissuto ben tre casi di violenza di MAFS UK sono state mandate in onda. La redazione, quindi, o non ha capito cosa è successo durante le riprese o ha scelto di ignorarlo. Oggi la BBC ha rimosso l’archivio storico del programma. In ogni caso, sarebbe opportuno fare un calcolo delle responsabilità, perché un programma incentrato sull’essere felici e contenti a qualsiasi costo rinforza sia il discredito nei confronti di chi denuncia sia il condono della violenza.
Edulcorata, certo, in HDR, esagerata o migliorata, ma pur sempre la realtà di un mondo misogino, patriarcale in cui la violenza è ancora la norma. Dentro e fuori dal matrimonio. Vero o finto che sia
La recensione che non ti aspetti
15 million merits
“Black Mirror” aveva fatto scalpore, quando era uscita la prima stagione. Non voglio dire nulla, qui, sul primo episodio, perché merita una Buccia a sé e una serie di avvisi di trigger che devo attivare prima di tutto per me stessa. Vorrei scrivere del secondo episodio: “Fifteen Million Merits”. L’episodio racconta di una società distopica e si apre sugli alloggi di persone che devono pedalare su una cyclette per ottenere meriti: ovvero l’unica valuta economica del loro complesso. Nel mentre devono fruire di programmi che spaziano dal porno al talent show e che possono skippare o guardare senza pubblicità, solo previo pagamento. Con queste premesse inizia la storia e con queste premesse si conclude, ma con un twist nel plot twist. Bing, il protagonista, obbliga Abi - un’amica di cui è evidentemente innamorato - a concorrere nel talent. Quando Abi viene eliminata e poi reindirizzata nel porno Bing si incazza, ma si incazza di brutto. Quasi come se la cosa lo riguardasse direttamente e si impegna per conquistarsi il palco dello show dove si profonde in una piazzata in cui minaccia di uccidersi con un vetro se non verrà ascoltato.
Le chiama tutte, le ingiustizie. Lo fa talmente bene che poi finisce con l’ottenere un programma tutto suo in cui, con tanto di minaccia di suicidio, deve cantarle ai potenti. On demand. Se ci suona familiare beh, è perché l’episodio è ormai del 2012, ma anche perché oggi, lo spettacolo si è preso tutto, proprio tutto.
“15 million merits” è il mio incubo personale - tra i tanti - lo ammetto. Lo trovate su Netflix, ma potreste anche trovarlo fuori, ed è una storia che ci fa chiedere quale sia il prezzo dell’autenticità. Quando smettiamo di essere persone e diventiamo personaggi? Di solito, la risposta è a telecamere accese, proprio quando fingiamo di non averne contezza.
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