Fango
Un Buccia fuori tempo, con due micro fiction, un pezzo sulle shitstorm e uno sulla contraddizione di stare sui social. Per finire, la presentazione del nostro libro nuovo.
Caffè
È la prima cosa che vedi. La mattina. Apri gli occhi, li stropicci. Forse pensi già a quello che dovrai fare. Forse no. Cerchi di ricordare gli impegni di oggi, ma la giornata ti appare pallida. Manca il fuoco. Prima del caffè è impensabile avere una memoria puntuale. La mano è già distante dal corpo. È già attiva, in cerca di un pezzo. Mentre la veglia cerca di riallacciare la tua personalità, lei ha già trovato quel che cerca. Freddo. Non lo hai messo in carica. Oppure, non lo trova. Che scena orribile. Ma era lì! Ieri sera era proprio lì.
Ah, forse è quello il problema. Muovi tra le coperte le braccia, senza alzare la schiena, quasi stessi facendo un angelo di neve tra le lenzuola. Un angelo di Zuckerberg. Ed eccolo lì, lo sfiori con la punta delle dita. Preso. Ci sono già parecchie notifiche. La chat aperta da ieri. Tutti quei “ooooh, ci sei? Mi sembra di parlare da sola!”. Ma anche i reminder di Duolingo. Ieri hai saltato. Duo l’ha presa male. Ti guarda sciolto e disperato dal widget. Quel gufo è diventato inesorabile. Sfacciato. Ti ci vorrebbero 100 euro per non dover più vedere quella faccia sfatta e colpevolizzante. Forse, è il caso di passare a premium. Vabbè, meglio fare un po’ di francese, così non ci si pensa più. Ma nel frattempo è la notifica push di Vinted a vincere la tua attenzione. Hanno accettato l’offerta. La giacca è tua. A meno che non la prenda qualcuno prima, è in high demand. Meglio fare in fretta. Ecco, compra ora. Bene, cazzo la spedizione. Il dilemma: le poste a poco prezzo con l’infinita rottura di doverci andare fisicamente o inPost, che costa un po’ di più, ma forse ci puoi passare rientrando dal lavoro ed è più fattibile.
Il tempo per andare in Posta, ti domandi, chi ce l’ha?
Devi andare in bagno, ti siedi, con i piedi giù dal letto. La mano chiusa sullo schermo sta già lisciando il feed. È Tik Tok. Un pappagallo fa qualcosa ma ti interessa così poco che è meglio scorrere. Ah no, ti interessa, perché ha messo mi piace pure E. L’hai seguita ieri dopo aver swippato sull’app e vi piacete entramb*. Però questo video ti turba, non avrà gusti boomer? Vabbè.
Un po’ di video gameplay, ma ok. Shorts della puntata di ieri di quel programma che nessuno guarda in tv ma in cui tutti sanno cosa accade, a pezzi.
Minneapolis. Milano. Torino. Una nuova piastra lisciante, il teddy couch, il servizio di sbiancamento denti a cui stai pensando da un po’. Una serie che forse è meglio che ti segni. Ne stanno parlando tutti. Devi vederla. Anzi, avresti già dovuto vederla. La notizia del giorno, un tizio ha fatto qualcosa e ora tutti ne parlano. Parlano. Parlano. Parlano.
Anche su Instagram. Lì però ti devi sorbire A in yacht. Piove sempre sul bagnato. Ma poi dai. Che sfregio. Mentre tu devi ancora lavarti i denti non proprio gialli, ma nemmeno bianchi, e A ha già tutti quei like. E sotto sotto lo pensi, cosa non farebbe per quei like. Ti immagini anche tu così, e forse ci staresti meglio. Altro che i suoi numeri, ti riempiresti di follower se quella persona fossi tu. Commenti, un’emoji con un fuoco. Bella scelta. A mette like al commento. Ottimo. Guardi un po’ come se la cava. La vita sembra aver sempre sorriso nella sua direzione. Denti perfetti, costosissimi. Vacanze frequenti in posti magnifici. I vestiti sembra che glieli scelga qualcuno da quanto ha gusto. A ci sa fare. Si gode la vita. La vita si gode lui. E tu, invece sei ancora sul cesso. Meglio muoversi. E di nuovo qualcuno che è stato in un posto simile a quello in cui era A. Meglio dare uno sguardo ai prezzi, magari tirando un po’ la cinghia riesci a pensare di andare pure tu in un posto del genere.
Ti serve un costume nuovo però. Almeno un costume nuovo.
Ma hai appena comprato la giacca, merda! E i costumi usati fanno pure un po’ schifo. C’era quel brand, quello del tizio, l’ex di quell’altra. Ah sì ecco. Googlato, trovato. 120 euro. Però che bello. Ti starebbe da Dio. Se solo costasse meno. Lo metti nel carrello. Magari dopo. Magari puoi trovare anche un corso di fit box, S ci ha dato dentro tutto l’inverno e ora si fa le foto davanti allo specchio per mostrare gli addominali. Ma poi siamo ancora fermi lì? Mah. Almeno, fosse su uno yacht. Così in bagno, o in palestra, non fa poi davvero scena. Anche per flexare bisogna avere stile.
Ti devi vestire. Menomale che ci hai pensato ieri, te lo ripeti osservando i vestiti disposti sulla sedia. Lo diceva quel coach che è meglio pianificare, sempre. Che ore sono? Cazzo, il caffè è meglio se lo fai subito.
Ti fermi. Un altro video ti chiama da sotto le dita.
Like. Share. Per forza, questo va nelle storie. Si infilano le une nelle altre, nemmeno te ne accorgi e sei già su quelle di altri profili. Come acqua ti ruscellano sotto lo sguardo. Commenti, reagisci. Cosa volevi dire? C’è un’adv su una brocca depurante molto carina, apri. Che prezzi, però. Ah, ma dovevi sentire pure l’idraulico. Vabbè ci puoi pensare dopo, ora torni indietro, muro di testo. Qualcosa non va, qualcuno ha fatto qualcosa. Torni sul feed, ti è venuto in mente che ieri era il giorno in cui il tuo influencer preferito - l’unico davvero simpatico, lo possiamo dire - carica i suoi video. È puntuale, ma tu no. Puoi fare affidamento su di lui. Il giovedì pubblica. Lo recuperi. Divertente, come promesso. Il dramma delle colazioni instagrammabili ti scorre sotto gli occhi, lui che creativamente mostra tutta la fatica di fare un bel latte e sporca in maniera indegna la casa. Alla fine il latte è figo, ma lui si beve un espresso.
La macchinetta che usa è proprio bella. Ah, la consiglia. Forse ci potrebbe stare prenderla no? Ma quanto costa. E tu almeno hai un lavoro. A progetto, ma vabbè dai. Intorno a te lo sai, le cose vanno decisamente peggio. Anche se il coach dice di non pensarci, che è tutta energia negativa. Ti torna in mente un video che hai visto poco fa. Quasi non ci hai fatto caso, perché era doloroso pensare alla guerra. Ti senti strano, doloroso pensare, pensa come dev’essere vivere nella guerra.
Alzi gli occhi di poco, solo il sensore di tracciamento oculare potrebbe percepirlo. Angolo in alto a sinistra, l’orario.
È tardi. Il caffè lo prenderai dopo. Sei in ritardo, cazzo. E non te lo puoi permettere. Lo schermo non ha mai lasciato la tua mano, fedele, mordace. Così brillante che quasi ti commuove.
*
Le fiction sono infinite. Come l’unico vero evento di tutta questa storia banale, ma non universale: il profitto di chi ha rubato tutto quel tempo. I padroni delle nostre opinioni, delle nostre idee, delle nostre relazioni e delle nostre interazioni. Delle nostre pause cesso che, ora, sono estremamente redditizie. Occhi nello schermo, dita sulle tastiere e via, a fare i miliardi. Il plusvalore del plus valore. Il tempo, che diventa merce perfetta perché è talmente prezioso che sprecarlo è facile. Basta un like.
Pioggia
Nel 2020 la wrestler e star televisiva giapponese Hana Kitamura viene trovata morta nel suo appartamento. Il decesso viene classificato come suicidio. La causa profonda di quel gesto è stata la violenza digitale.
Nei giorni precedenti al 23 maggio, Kitamura era stata travolta da una valanga di odio sui social: insulti, minacce, attacchi continui. Il pubblico non le aveva perdonato una reazione alla distruzione della sua attrezzatura da wrestling durante il reality Terrace House. Una pressione costante, invisibile ma pervasiva. Una shitstorm. Letteralmente, una tempesta di merda.
Con il termine shitstorm si indica un’aggressione collettiva che lede reputazione, credibilità e presenza pubblica. Una botta di odio condensata, ma spesso considerata nulla più che un fenomeno pop, al punto che nel 2021, Repubblica ne ha fatto un articolo compilation, con le dieci shitstorm più assurde con tanto di premio della critica. Linguaggio emotivo, offensivo, attacchi personali, ridicolizzazioni, minacce e intimidazioni. Tutto amplificato dalla viralità, che aumenta l’esposizione negativa della persona. Si attivano in pochi istanti, raggiungono un picco e scemano in 24-48 ore. Possono tornare, soprattutto se inserite in campagne d’odio o se il bersaglio è già vulnerabile.
È l’incubo di chiunque abiti i social. Non solo per l’impatto sul seguito, ma per quello concreto su lavoro e vita privata. Anni fa, a un evento, una delle organizzatrici mi chiese se conoscessi K. Alla mia risposta negativa, spiegò che diverse persone avevano contattato il festival per chiedere come potessero anche solo pensare di far parlare quella persona. K, che non conoscevo, mi disse più tardi che aveva paura di uscire, che si aspettava “di tutto”. Era una persona transfemminista, il cui lavoro dipendeva anche dalla sua presenza pubblica e che a quanto pare era finita nel mirino di una nutrita folla digitalizzata per qualcosa che aveva detto. Dopo poche settimane, sia K che il mondo digitale erano andati oltre. Ma non sempre succede.
Pochi anni fa, le storie di L sono state notate da una persona influencer molto nota in Italia (di cui non faremo nomi per proteggere L), il cui seguito cresce costantemente proprio grazie alle shitstorm. I “suoi” follower hanno aggredito L con messaggi e commenti, e in poche ore il profilo di L è stato sommerso da più interazioni di quante ne potesse contare. Tutte negative. Aggressive. Violente. La salute mentale di L è declinata, repentinamente. Ansia, flessione umorale, e paura l’hanno costrettə a tornare in terapia. E a lasciare la sua attività digitale.
Le shitstorm sono uno strumento versatile e agilmente ripetibile. Possono nascere in qualsiasi contesto, ma le più feroci emergono ogni volta che una figura molto visibile mobilita rapidamente una platea nutrita e già abituata a questo tipo di stimolo, contro un bersaglio. In poche ore migliaia di persone convergono su un unico profilo, amplificando l’impatto di ogni singola parola. La modalità è quella di un’azione coordinata ma disorganizzata, che sebbene possa sembrare un oggetto di una certa fazione politica, si adatta alle necessità digitali senza preoccuparsi troppo della bandiera.
Eppure c’è chiaramente un legame tra strumento, applicazione e posizione politica, evidente soprattutto quando si tratta di colpire persone femministe.
Nel 2021, lo Zoo di 105 aveva scatenato una shitstorm contro delle persone attiviste che avevano denunciato i rape joke di alcuni conduttori. Messaggi sgradevoli, insulti, minacce si inseguivano a un ritmo spaventoso. Tra i difensori dello Zoo, spiccava chi inneggiava alla rapewaffen, gruppo Nazi-satanista che diffondeva ideologie di violenza di gruppo. I fan volevano silenzio. Non l’hanno ottenuto: i conduttori hanno ricevuto il divieto di farne quel genere di battuta. Nel giro di parole però, quelle che erano descrizioni di stupri sono state narrate come “battute”, edulcorando qualcosa di decisamente più fattuale, almeno nella forma.
Più recentemente, nel 2026, un’ondata di odio ha colpito Rachele Borghi, professora, scrittrice e attivista. Media e stampa di estrema destra francese hanno reagito alle sue posizioni decoloniali e antiautoritarie con campagne diffamatorie e intimidatorie. La shitstorm è iniziata a mezzo di stampa ed è presto scivolata sul piatto dei social, il loro territorio prediletto.
Squadre digitali, pronte all’uso e all’odio che si attivano velocemente, sono sempre più spesso il mezzo scelto da chi tenta di silenziare il dissenso femminista. O meglio, di ridurre la sua propagazione e legittimazione digitale.
Terapia e distanza dai social aiutano, ma gli strascichi di questo tipo di aggressione possono restare e a lungo. Sentirsi odiati dal mondo e vederne la portata nel palmo della mano crea un senso di pericolo e solitudine difficile da spiegare.
Secondo uno studio apparso su Nature, le persone adulte che hanno vissuto gli effetti dell’odio online mostrano chiari sintomi da PTSD, Sindrome da Stress Post Traumatico. La violenza digitale, infatti, coglie di sorpresa, in uno spazio dopaminergico che induce a credere di stare bene. Anzi, a collegare il tempo dei social al benessere e al divertimento. Un singolo commento negativo può incrinare quell’illusione; una valanga la distrugge. Paura e vergogna trascinano la persona colpita verso ansia e flessioni umorali. Tant’è che studi sul cyberbullismo e i discorsi d’odio digitale hanno evidenziato correlazioni con suicidio e sofferenze psicosociali, soprattutto per quanto riguarda le persone giovani.
Patologie pregresse, traumi passati e precarietà sociale esacerbano il dolore. Le shitstorm, infatti, funzionano anche come catalizzatori di discriminazioni preesistenti. Colpiscono chi già subisce marginalizzazione: persone queer, razzializzate, disabilizzate, femminilizzate. Non è “solo” odio online, ma un’amplificazione di vulnerabilità. E infatti, Amnesty riporta che “Tra gli attacchi personali il tasso di hate speech rivolto alle donne supera di 1,5 volte quello dei discorsi d’odio che hanno per bersaglio gli uomini. Infine, degli attacchi personali diretti alle donne 1 su 3 è esplicitamente sessista.”
Non tutto ciò che nasce online è violenza, anzi. Il digitale è anche lo spazio per le attivazioni e le prese di responsabilità agite con modelli femministi. I call out, per esempio, sono uno strumento di protesta e denuncia, basato sulla volontà di ottenere ascolto e responsabilizzazione, il contrario del silenzio e del vuoto che generano le shitstorm. La differenza viene spesso appiattita e il fenomeno viene confuso con la stessa dinamica, non a caso ad opera proprio di chi fa shitstorm e non ha intenzione di ascoltare o vivere un call out.
La differenza è profonda, il call out si attiva quando non ci sono altre vie e quando le voci necessitano di trovare un ascolto che altrimenti non sarebbe possibile. Le shitstorm, invece, hanno uno scopo strumentale perché alimentano l’economia delle piattaforme: engagement, attenzione, valore. Allo stesso tempo svuotano il dibattito, trasformandolo in un assalto unidirezionale che ha come scopo colpire, esporre, zittire e intrattenere.
Un contenitore di call out - sempre oggetto di silenziazioni e intimidazioni - è Rest, la Rete Transfemminista Sotterranea, che cerca di aprire al campo delle responsabilità anche il mondo di movimento. Uno spazio che nasce con la volontà di trasformare l’abitudine alla violenza e al silenzio in cambiamento profondo.
L’odio online è reale, tangibile e ha la capacità di sedimentare. Di fare il nido nella fragilità. Il rapporto tra social media e suicidio non è lineare, ma le ricerche indicano che le campagne d’odio possono aumentare il rischio. Quello di Kitamura non è un caso isolato, come pure non è casuale che si trattasse di una persona femminilizzata la cui rabbia è stata respinta.
Contrastare il fenomeno richiede responsabilità diffusa: non alimentare né amplificare l’odio, ricordare che dietro ogni profilo c’è una persona. Una consapevolezza che le piattaforme tendono a sfumare, ma che resta essenziale. Ed è sensato chiedere responsabilità a chi usa le shitstorm come strumento di intrattenimento ed engagement, se non come minaccia per non essere a sua volta contestato. Pilotare le emozioni e ricavarne un guadagno (visibilità, follower, potere) è ciò che i padroni dei social media - e non solo - fanno continuamente
Perciò, identificare chi, da barone a tempo, agisce allo stesso modo, può essere utile. Surfare l’algoritmo a danno altrui non dovrebbe essere accettabile. Togliere a queste persone tutto il potere di cui si nutrono non è semplice, ma non è nemmeno poi così difficile.
Anzi, a conti fatti, il tasto unfollow, è il loro più grande nemico.
Scena da un matrimonio
Tavolo tondo, aperitivo. Il cibo vegano è a trabocchetto. Arriva mescolato a quello animale. Un trancio di calamaro fritto tra le patatine. Per fortuna, lo vedo prima. Mi risparmio di toccarlo o di sputare.
Tra i vari “non mangi niente” e “quanto mangi?” che mi scatenano una voglia fobica di correre nel prato umido e sprofondare nel fango fino a farmi assorbire del tutto, e i convenevoli di una giornata allegra, si arriva un po’ a conoscersi. A volerlo fare quantomeno. “Che lavoro fai?”
“Mah, non è che abbia proprio un lavoro.”, potrei dire. “Ho una professione, ma zero contratti, zero stipendio”, ma nemmeno questa è una risposta facile da dare. Non ad un matrimonio, non per me.
“Te lo dico io cosa fa”, così un mio conoscente tira fuori il telefono e mostra alla persona interessata Instagram. Che non solo non è il mio lavoro, ma non è quello che faccio. Cioè, in teoria, io sarei una persona con una vita. Quella è solo una porzione. Infinitesimale.
“Dai lascia stare” credo di aver detto. Avevo già tolto le scarpe e infilato un dito nel terreno morbido. Sperando davvero che l’erba bagnata mi portasse via. Non mi sentono. Assumono una postura da social. Sopracciglia aggrottate, lo sguardo fisso e vigile, la schiena incurvata, il battito che accelera. “Ah!” dice la persona che non mi conosceva.
“Ok, ma non dirmi quanti follower ci sono sulla pagina”.
“Perché no? Ne hai xx” Ho provato a coprirmi le orecchie, ma sappiamo tutt* che non serve a niente. Sento il numero, nitidamente. Ne avrei fatto a meno. Ormai ho la pianta del piede interamente schiacciata al suolo, spero ancora nel fango fresco.
“Perché non ho l’app sul telefono. Perché non voglio sapere”
“Perché no? Io lo vorrei sapere”
Perché. Bella domanda. Perché quel numero purtroppo ha un valore sociale e un impatto psicologico straordinario. Da quel numero dipende la considerazione delle persone, dipendono la mia precarietà lavorativa e le sue sporadiche interruzioni.
Mentre mi parla e le parlo, mentre le dico che non mi va di essere influenzata, che quella roba lì fa un brutto effetto e che se parli di “certe cose” il rischio di essere cooptata dal capitalismo della dopamina è altissimo, mentre faccio conversazione una parte di me si attiva. Mi sento giudicata, misurata. Su una scala a pioli senza muri di appoggio.
Cerco di spegnerla. So che è chimica. Che è la risposta immediata ad un innesco che non controllo. Che il cervello ricorda. Soprattutto se sei una persona audhd e la dopamina la insegui ogni giorno. Si dissolve tutto in pochi secondi, nemmeno il tempo di prenderne coscienza. Sono allenata. Così continuo a spiegare. Che a contare i like ci si beve l’autostima mentre si viene risucchiati dall’ego. Che non si dovrebbe prestare attenzione al contenuto vincente, ma al senso di quello che si dice. Altrimenti si finisce con l’essere un cartellone pubblicitario in continuo stato di ottimizzazione. Si perde il contatto con la realtà. E non tutt* siamo ugual* lì dentro, la non conformità è presa di mira, penalizzata.
Bla bla bla bla. Rigurgito tutta la mia tiritera.
Improvvisamente, però, mi accorgo che mi sta ascoltando e per bene. La mia interlocutrice, che di me sapeva solo che non ero ricca come gli altri invitati, mi guarda un po’ di più. Ora mi ha misurata e ho un valore riconoscibile a cui, evidentemente, attribuisce qualche merito. Non sta prestando attenzione a quello che dico, ma al fatto di interagire con me. Ho un brivido. Mi alzo e vado in bagno. Ma in verità me ne vado nel prato. Non sono un numero. Sono una persona. Quel numero non mi cambia la vita. Non lo fa a chi non nasce dal privilegio.
Salvo rare eccezioni - che confermano la regola - molt* tra noi solo passant* in una galleria troppo piena. Paghiamo lo scotto dell’ingresso e non è detto che possiamo uscirne. Qualcun* si perde, pur di non rinunciare a quel briciolo di potere. Qualcun* ne esce corrott* fino al midollo. Qualcun* soffre così tanto da lasciar perdere tutto. Qualcun* piange. Molt* odiano. Molt* si fermano a dirlo. E questo, questa bilancia sociale è solo l’inizio, la prima linea dell’orizzonte. Tutto quello che sta oltre non si vede, o meglio, è così in bella vista che passa inosservato.
Tutto il tempo, il denaro prodotto, il lavoro non retribuito che ogni persona utente fa senza sapere di fare. O, peggio, sapendolo benissimo ma sentendosi nella condizione di non poterne fare a meno. Perché senza i social, dove vai? Come fai?
Sono nel prato. Ho le scarpe infangate. Il sole sta uscendo. E decido che prima del prossimo matrimonio vorrei bloccare tutt*. O forse bloccare quella me digitale, rimuoverla.
Che poi, come se il mio problema maggiore fosse questo. Di nuovo, i social hanno preso il sopravvento.
Mi sdraio. Il fango si prende tutto, assorbe i vestiti. Poi la pelle, i muscoli, le ossa. A pezzi, un’organo dopo l’altro. Il fegato, la lingua, i reni, stinchi, falangi, costole. Portami via. Mangiami. Fammi erba.
404, pagina non trovata.
Oltre
di Saverio Nichetti
Dentro o fuori? La domanda serpeggia, ovunque. Si arena, si ripropone. E il problema è proprio questo, come si può fare una critica fuori dal capitalismo se il mondo è capitalista?
Secondo alcuni una critica che nasce dalle contraddizioni e dalle fratture insite nel sistema porta ad una sintesi (negazione determinata). Non si limita a dire “questo sistema è sbagliato” ma mostra come quel sistema non riesca a realizzare i principi che esso stesso affermava originariamente. L’idea della negazione determinata, però, è stata riproposta nella critica al capitalismo che non mira alla sintesi con esso.
Adorno, infatti, ne propone una visione più radicale in cui dalle contraddizioni del sistema nascono delle critiche permanenti all’interno di esso e con cui non ci sono garanzie di riconciliazione. La critica deve dare voce a ciò che il sistema esclude e non giustificarlo in una sintesi, ma anzi costituire potenzialmente il punto di rottura.
Il capitalismo promette libertà di contratto, d’impresa e libertà individuale. La promessa è estesa alle persone lavoratrici, che non sarebbero più costrette a lavorare ma sarebbero libere di vendere il proprio lavoro come meglio credono. Il capitalismo afferma che chi lavora sia formalmente libero. Nella pratica, però, le persone lavoratici sono materialmente obbligate a vendere il proprio lavoro per la sopravvivenza. Insomma, la libertà è meno che apparente, vuota.
Passando dalla critica al capitalismo industriale a quella al capitalismo digitale vediamo come questo faccia anch’esso delle promesse ulteriori che vengono altrettanto disattese. Promette autonomia, lavoro flessibile, libertà creativa, ma quello che produce sono precarietà, sorveglianza e dipendenza algoritmica dalle piattaforme. In questo caso la negazione determinata mostra con chiarezza che le promesse sono incoerenti - forse incompatibili - con la struttura economica che le organizza.
Nel capitalismo digitale la questione si sposta, non viene più messo a valore solo il lavoro ma anche l’attenzione, il desiderio, le nostre emozioni, la visibilità e il bisogno di riconoscimento. Le piattaforme esprimono tutte le loro promesse di connessione e libertà attraverso algoritmi che gerarchizzano la visibilità trasformando l’interazione in dato che, venduto, viene a sua volta convertito in capitale monetario. Le promesse di democratizzazione risultano in nuove forme di stratificazione.
Qui emerge ciò che possiamo chiamare classismo digitale. Una forma di classismo in cui non tutte le soggettività hanno le stesse possibilità e non tutte le competenze sono valorizzate allo stesso modo dagli algoritmi, così come non tutti i corpi, i linguaggi e le esistenze vengono premiate allo stesso modo.
Le piattaforme non sono spazi neutri in quanto non distribuiscono attenzione in maniera equa, bensì (ri)producono gerarchie e rafforzano capitali già esistenti. La visibilità diventa una nuova forma di capitale e come ogni capitale, è concentrata. Il capitalismo parla di libertà, ma la libertà nega il capitalismo stesso perché il capitalismo fa di tutto, fuorché rendere liber*. Marx chiarisce che il capitalismo non è solo un insieme di aziende ma è un modo di produzione totale, una forma di organizzazione sociale. Un fatto valido per tutte le forme e le estensioni del capitalismo, comprese quelle digitali.
Non è un luogo da cui uscire facilmente. È l’ambiente in cui viviamo. Non è l’unico possibile, ma è quello più diffuso.
Perciò se il contenuto critico esiste solo come contenuto (content), risulta facilmente integrabile, ma se esiste in quanto spinta per una trasformazione individuale e collettiva, la piattaforma viene piegata a una funzione diversa da quella per cui è stata progettata. Se il discorso non è fine a sé stesso, alla presenza e all’accumulo, qualcosa si preserva: lo scopo. E questo, può riposizionare in parte i social come strumento e non come fine.
Oggi le piattaforme come Instagram funzionano trasformando la cultura in prodotto standardizzato, come già succedeva con il capitalismo culturale e i media precedenti ai social. La visibilità è misurata da metriche, l’attenzione diventa merce e gli algoritmi selezionano ciò che è più adatto alla circolazione. Non tutto è manipolazione, ma la piattaforma condiziona la produzione culturale.
La tendenza è quella a privilegiare l’efficienza dei mezzi, senza discutere o considerare realmente i fini. Nel piano digitale ciò appare nella logica dell’engagement e delle ottimizzazioni. La standardizzazione si vede nei format virali e nelle estetiche ripetute. La differenza creativa esiste, ma viene canalizzata verso ciò che è perfezionabile. Vincente. Qui si intreccia la dialettica del riconoscimento con la logica economica: il desiderio di essere vist* viene mediato da un dispositivo che lo quantifica. Non è un destino inevitabile, ma una struttura da comprendere.
Le piattaforme sono progettate per massimizzare interazioni, trasformando relazioni in dati. Questo può entrare in tensione con fini non misurabili — educazione, critica, organizzazione politica.
Le piattaforme, però, possono essere usate come strumenti tattici, per generare pratiche che eccedono la logica della piattaforma stessa e cioè organizzazione, discussione e azione collettiva.
La negazione determinata diventa consapevolezza trasformando lo strumento senza identificarsi con la sua logica.
Bisogna però essere coscienti dei pericoli derivanti dall’attraversamento di un sistema come il capitalismo, criticarlo, sia esso digitale o non, dal suo interno infatti può essere potenzialmente letale per la critica che si sta portando avanti. La società capitalistica è fluida, capace di cambiare e di cooptare anche le cause più radicali (Arruzza, N. Fraser, T. Bhattacharya, Femminismo per il 99%, La Terza). Questo significa che anche ciò che nasce come critica può essere assorbito, neutralizzato e monetizzato secondo le logiche capitalistiche di produzione.
La tensione critica che si porta contro il capitalismo si muove all’interno di esso, ma deve rimanerne indipendente. Non si può pensare di essere persone antispecist* senza essere vegan* o sponsorizzando fast food che hanno fatto dello sfruttamento animale la loro fortuna, così come non ci si può definire uomini femministi se si reiterano comportamenti sessisti, come prendere parola al posto di o acquisire potere parlando di femminismo da una posizione di privilegio.
Il capitalismo digitale ci socializza continuamente a cercare facili guadagni e facili follower, purché si scenda a patti con esso, rinunciando quindi alla potenza della nostra critica: vieni a parlare al nostro evento, ma i nostri sponsor sono ENI e Amazon. Fai una storia, il vero prezzo tanto è fuori dal contratto, perché pagato da altr*.
La questione decisiva è questa: la nostra azione resta confinata nel circuito dell’engagement? Oppure genera legami, organizzazione, pratiche che eccedono la piattaforma e il capitalismo stesso? Se il contenuto critico resta solo contenuto, o peggio ancora viene trasformato in mezzo o pubblicità è facilmente integrabile e diventa a sua volta parte del problema, reiterando dinamiche oppressive a scapito di tutte le soggettività già marginalizzate. E sì, ce la si può raccontare, credendo che il compromesso sia inevitabile, moralizzandolo e perciò fingendo addirittura che sia virtuoso.
Se diventa occasione di trasformazione collettiva, invece, la piattaforma viene piegata a una funzione diversa da quella per cui è stata progettata. Ed è forse lì che si può pensare ad un’attraversabilità. Non ad uno stare, perché se lo scopo è la fine del capitalismo, si tratta di un passaggio sabotatore. Di un territorio in cui trovarsi e di cui, contemporaneamente, erodere il potere. Dentro o fuori?
Ma perchè limitarsi alle opzioni del capitale quando possiamo andare e immaginare oltre.
Classismo digitale
Ok, non siamo brav* a fare self promoting. Classismo digital è un book block, ed è perciò parte della collana di mini saggistica di Eris edizioni che ha come scopo portare temi grandi, scomodi, nelle tasche di tutt*. Classismo digitale è una riflessione, in 78 pagine, su come la metrica dei social media sia diventata uno strumento di diseguaglianza e sia a sua volta alimentata da questa. Se avevate l’idea che davanti allo schermo fossimo tutt* ugual*, la realtà è che non è così. Alcun* di noi sono facilitati (maschile sovraesteso non casuale). L’algoritmo, infatti, non si limita a leggere informazioni e a proporre delle opzioni, ma legge noi. E ci plasma. Ci espone a cose che hanno effetti e desiderabili a fini produttivi attirandoci in un vortice in cui il tempo è convertito in guadagno. Ma perché classismo digitale? Un po’ perché in un mondo basato sulle metriche, i numeri vengono valutati come valore e questo valore viene attribuito come fosse un’identità (sei il profilo che hai, o meglio che usi. Perché non è mai tuo), un po’ perché la classe informa i social e i social cominciano ad informare la classe. Ma non solo a livello privato. La prospettiva è molto più grande di così. Ci sono interi stati che basano il monitoraggio sociale su queste metriche e lo fanno in maniera centralizzata e statalista oppure privatizzata e diffusa. Insomma, la frattura è vecchia come le distinzioni tra regimi, ma il risultato è l’emersione sempre più feroce di dispositivi di controllo che dalla disinformazione, dall’insicurezza, dalla fame di novità e dalla sorveglianza costante che estraggono controllo e denaro. Foraggiando un sistema che alimenta l’estrattivismo materiale estraendo anche risorse emotive e cognitive da noi.
Siamo al soldo dei potenti di un’industria così visibile da passare inosservata. Ed ecco il perché di questo libro.
Scritto a 4 mani e due schermi, Classismo digitale è uscito questa settimana e lo potete ordinare un po’ ovunque, ma come sempre è meglio andare sull’indipendente. Se poi è anche indipendente e militante, beh, che ve lo diciamo a fare.
Se però di questo libro non ne volete sapere ecco una lista di uscite vecchie e nuove da recuperare :
Il capitalismo della sorveglianza, di Shosana Zuboff (classico imperdibile, ma dal peso fisico considerevole)
Assalto alle piattaforme, di Kenobit
Il mercato dell’amore, di Rosa Fioravante
Anche se in generale, rispolverare Matrix è sempre una buona idea.
Se invece voleste venire a farvi due chiacchiere su Classismo digitale e piattaforme ci si becca:
22 marzo, rifugio Ippoasi (via Livornese 762, Pisa), compleanno della Libreria Itinerante, con pranzo, mercatini e presentazione.
26 marzo, da Spazio di Mutuo Soccorso (viale Stuparich 18, Milano), dalle 16.00 lab di mutuo soccorso digitale con Kenobit e poi presentazione congiunta di Classismo Digitale e Assalto alle Piattaforme dalle 19.30 in poi, il tutto condito da cena sociale.
Se questa Buccia ti è piaciuta inoltrala a qualcun* a cui potrebbe interessare.
Buccia è gratuita e senza pubblicità. Se vuoi contribuire alla sua continuazione puoi supportare il nostro lavoro con una donazione sporadica o una fissa tramite ko-fi.
Oppure passare all’abbonamento a pagamento su Substack.
Non ti preoccupare, Buccia non ha inserti speciali né contenuti premium dedicati solo a chi si può iscrivere. Quale che sia la tua scelta, qualora lo volessi, Buccia ti sarà inviata sempre e comunque, fino a che disiscrizione non ci separi.
Grazie in ogni caso, il tuo tempo per noi è davvero prezioso.




