Estiva
Il falso invito al riposo e la cifra del lavoro: tra contenuti a tutti i costi e il prezzo reale delle vacanze.
Siamo a settembre, ma la solfa non cambia e l’imperativo resta: “prenditi cura di te”. Storie e post, di creator, influencer, persone con espressioni digitalizzate del sé o che altro, che raccontano il riposo come un impegno verso sé stess3, ignorando i costi e le premesse reali che permettono quel riposo: una dose di privilegio.
è una vibe, molto tossica in verità, per cui ad una certa dispensare consigli di self care diventa imprescindibile. Anche da gente che cinque minuti prima era impegnata a fare leva su manipolazioni psicologiche per ottenere un certo comportamento da chi la segue. Compra, fai, seguimi. Insomma, esegui, ma poi oh, mi raccomando: prenditi cura di te. Come dice quella persona però. Osservando le sue ferie, i suoi sprechi, i suoi soldi, quello che altra gente non necessariamente ha.
Perché no, non tutti abbiamo uno stipendio, un lavoro fisso o le ferie. Senza stare a fare il giro lungo e poco interessante della mia biografia - perché non si tratta di me -, sono una di quelle persone che ha sempre lavorato. In un modo o nell’altro. Ho campato grazie a lavori online che mi permettevano di vivacchiare. Alcuni di questi mi hanno persino permesso di stare all’estero, tenendo insieme il tutto, o meglio, tenendomi insieme. Principalmente davo ripetizioni, che a conti fatti sono state il lavoro più comodo che abbia mai fatto. Ripensandoci, dovrei ricominciare.
Ma torniamo al punto.
Oggi viaggiare costa molto, e quest’estate beh, quest’estate molt3 di noi si sono trovat3 immers3 tra i prezzi di agosto e la loro inarrivabile mole. Non che serva scomodare le statistiche per qualcosa che si percepisce così nettamente, ma secondo Altroconsumo, il costo medio di una settimana di vacanza ad agosto è di oltre 1.000 €, includendo viaggio e alloggio. Stando poi alla Confederazione Europea dei Sindacati (CES), in Europa circa il 15% di chi lavora non può permettersi nemmeno una settimana di ferie, ovvero quasi 40 milioni di persone. Di questi, oltre 6 milioni si trovano in Italia, che è il Paese con la quota più alta in Europa.
In soldoni, sempre secondo il CES, in Italia quasi una persona lavoratrice ogni 3 non può pagarsi le vacanze.
E quindi devo attendere. “Poco male”, penserà qualcuno, mentre si è appena sparato due settimane di vacanza. ”Ma chi se ne frega” penserà, invece, chi non ci potrà andare nemmeno più avanti in vacanza.
Così, si trascina rilento lo strascico quest’estate caldissima e poi freddissima, dove alla fine della fiera si lavora senza sosta, senza godere di un minuto di requie osservando qualcosa che non sia il cemento di Milano squagliarsi e assorbire tutto.
Però nel frattempo, c’è chi sta o è statə - e per fortuna - in ferie. È non ci sarebbe nulla di male se non fosse che alcune di queste persone vogliono pure fare della psicologia alla spicciolata dicendo che sono importanti. Ah, ma davvero? Forse sarebbe da (ri)spiegare perché sono importanti: perché senza ferie i lavoratori si ribellerebbero o crollerebbero sotto la fatica. Le ferie sono lo spazio di “tregua” conquistato dalle persone lavoratrici dopo che il tempo della loro vita è stato rubato e messo a reddito. Preso e sottratto ai proprietari.
Invece di legittimare la ricchezza come se fosse uno stato naturale delle cose, forse bisognerebbe assumersi qualche responsabilità a riguardo. Soprattutto se si ha un pubblico, un’influenza: un potere sociale digitale. A maggior ragione se si vuole attivamente influire su altre persone, mentre in realtà si contribuisce solo ad amplificare la narrazione che “basta volerlo”, “basta organizzarsi”, “basta lavorare duro”. E che, certo, “ci si deve voler bene”. Secondo la più perfetta delle adesioni all’individualismo neoliberista.
Che si intreccia magnificamente alla poetica del lavoro autonomo: indipendente e remunerativo per pochi, ma che all’atto pratico è precariato imbellettatato per tutt3 l3 altr3. Senza orari, senza limiti e senza buon senso, senza freni e senza certezze.
La “reperibilità” non è più quella parola strana che si imparava guardando Grey’s Anatomy o E.R., ma è la condizione di chi non lavora mai abbastanza da avere uno stipendio sicuro, mai sufficiente a potersi permettere di dire di no a un’opportunità.
È per questo - e per il workaholism - che l’81% delle persone che svolgono professioni autonome non riesce davvero a staccare. A non guardare le mail. A non rispondere ai messaggi.
Perse tra la paura di perdere opportunità, la totale assenza di confini tra lavoro e vita privata, e l’angoscia, la pressione psicologica, dura come una pietra sullo sterno, di non sapere - non per certo - se il mese prossimo ci sarà del lavoro.
Le ferie, quindi, sono un po’ un miraggio, ma non solo per chi vive di lavori “autonomi”: anche le persone che svolgono mansioni con contratti più o meno stabili, sono bloccate dai permessi, dalle concessioni, dai giorni di ferie, dalle contrattazioni, dai patti e dalla quantità di soldi che possono o non possono spendere per godere del tempo libero. Andare in ferie, per molt3 è un sacrificio economico, che richiede una moderazione drastica della vita prima e dopo. Cosa che non fa che ridurre la precarietà del benessere personale e collettivo, impestandolo di ansia e preoccupazione.
A testimonianza di questo, il fatto che alcun3 di noi, non abbiano accesso all’immagine di una vacanza senza che in essa sia incluso tempo per il lavoro. E quindi, forse, non è nemmeno una vacanza, non per davvero.
In questo cortocircuito le ferie, o non-ferie che siano, sono classificate come una questione privata.
Prendersi cura delle persone, però, non dovrebbe essere un gesto individuale, da sé verso di sé, ma qualcosa che parte dal sé e si apre verso l3 altr3. Significa prendersi cura di sé, ma per davvero, delle altre persone e del contesto, nutrirlo e non prosciugarlo.
La cura, implica anche l’impegno di cogliere anche quello che non si vive in prima persona. Di non usarlo come contenuto, come estetica o come maschera.
Buone ferie a chi le ha fatte — spero siano state lunghe, serene, ritempranti.
E a te che non le hai, che non le avrai, che devi aspettare, vorrei solo dire che anche di questo si cura la lotta nell’immaginare un mondo diverso. Un mondo che sarà un sabba continuo, vicino ai boschi e nei prati, nei resti disossati di un capitale che non potrà più dirci se e quando possiamo riposare o che farlo è importante per “tornare più produttiv3 che mai”.
Un mondo dove non saremo più costrett3 a ringraziare per le briciole. Soprattutto, non per quelle avanzate dal piatto di chi ha il privilegio di andare in vacanza senza pensarci troppo e rilassarsi mentre lo fa, che con viscerale paternalismo pretende di insegnarci come essere grat3, content3 delle briciole. Delle sue, sparse a suon di like.
La recensione che non ti aspetti:
“Ti voglio bene”, di Saeko Inui, è un libro illustrato, piccolissimo. Appena 32 pagine. Perciò anche questa recensione, assolutamente non richiesta, lo sarà altrettanto. “Ti voglio bene” contiene poche frasi, ma in verità riporta tutte quelle che avremmo desiderato o avuto bisogno di sentirci dire. E “ti voglio bene” non è nemmeno la più importante.
“Ti voglio bene” è un libro per persone grandi tanto quanto lo è per persone piccole. Incoraggia, supporta, rassicura e costruisce e per questo sembra il mattoncino di parole adatto per ogni relazione. Che sia per unə amicə grande, o unə piccolə, per una persona figlia o genitrice, unə parente di sangue o di elezione, “Ti voglio bene” è un libro che chiede di essere un regalo. Perché lo è.
Io l’ho letto tutto d’un fiato in libreria, perché costava 14 euro e sono parecchi. La lettura abusiva è un must irrinunciabile, ma devo ammettere che questo lo vorrei regalare a me stessa per dirmi tante cose. “Ti voglio bene”, di Saeko Inui, 14 euro, edito da Fabbri Editori, lo trovate un po’ ovunque, ma se andate sull’indipendente è meglio, se virate sulla Liberia Itinerante di Ippoasi, anche di più.
N.B. Avviso alle persone ciniche in sala, le illustrazioni sono puccettose oltre il tollerabile.
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